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Buongiorno

23.11.2017 - Buongiorno Irpinia

23 novembre ’80. Basta demagogia e falsità: la ricostruzione è andata bene e tanto più

Buongiorno, Irpinia.
Oggi, 23 novembre, non avrei voluto scrivere di “terremoto”, o meglio di “ricostruzione post-terremoto”. A quella tragedia, e alla lunghissima fase che ne seguì, ho dedicato il maggior tempo ed impegno della mia vita professionale quando lavoravo a “Il Mattino”. Ho perso il conto degli articoli scritti dai primi giorni dell’emergenza fino alla commissione parlamentare d’inchiesta, e poi ancora. Credo di aver firmato un paio di migliaia di pezzi.

Vi dedicherò solo poche righe, per ribadire il senso di ciò che ho sempre affermato. Anche a costo, come già mi è capitato, di far storcere il naso a un po’ di gente, soprattutto di sinistra e di destra.
Il senso è e il seguente e lo declino attraverso alcuni flash.

1) In Irpinia la ricostruzione è stato un successo, altro che fallimento, come ancora in questi giorni ho letto. Disponiamo di un patrimonio abitativo che prima del terremoto non avevamo: per qualità, e questo è il meno, addirittura scontato; per quantità, e questa è la grande ricchezza di cui oggi gode il nostro territorio. La nostra provincia aveva pochi centri “antichi” e moltissimi centri vecchi, fatiscenti. Nei centri “antichi”, nell’accezione di “storici”, si sarebbe potuto fare meglio. Con il senno del poi, fuori dall’emergenza, tutto può esser fatto meglio. In ogni caso, noi non abbiamo nulla da invidiare a ciò che fu fatto nel Friuli. Assolutamente nulla.

2) In Irpinia è stato possibile ricostruire bene, in trasparenza e in abbondanza per tre ragioni. Avevamo all’epoca una classe dirigente politica molto forte a livello nazionale, Ciriaco De Mita in testa, e poi Nicola Mancino, Salverino De Vito, Gerardo Bianco, Giuseppe Gargani. Non ci fosse stato innanzitutto De Mita, in quegli anni, a spingere perché venisse garantita la continuità dei flussi finanziari necessari, avremmo fatto la fine del Belice. L’Irpiniagate fu una montatura studiata a tavolino e con la regia di ben individuati settori politici. Bene fecero, successivamente, i direttori di importanti quotidiani nazionali a scusarsi – ahimè, troppo tardi – con Ciriaco De Mita e con l’Irpinia. Il fiume di danaro sprecato per il quale si era gridato allo scandalo aveva attraversato altri territori, l’area metropolitana di Napoli soprattutto. Noi piangemmo i morti, altrove bivaccarono i vivi.
Fecero benissimo la loro parte gli amministratori locali: pur con una pregressa esperienza amministrativa limitata alla gestione di bilanci estremamente modesti, riuscirono a far fronte alle mille difficoltà della ricostruzione e a garantire la trasparenza delle operazioni. Qualcuno si è arricchito sulla pelle dei terremotati? È probabile. Ma soltanto in Paradiso, se esiste, non si cede alle tentazioni: anche perché, da quelle parti, dovrebbe essere tutto spirito. Un fatto è certo: i casi giudiziari che hanno interessato la ricostruzione in questa provincia sono stati insignificanti per numero e consistenza.

3) È andato male il processo di industrializzazione. Ma aveva una valenza strategica decisamente alta il progetto di inserire nell’economia locale, assai modesta, una componente di reddito industriale. Fu commesso l’errore di realizzare troppe aree industriali (altri le vollero, non certo la classe dirigente politica irpina). Il bando pubblico che concedeva contributi molto alti non ottenne l’adesione dell’industria di qualità, gli imprenditori di rapina arrivarono soprattutto dal Centro-Nord. Ci furono non poche ingenuità e troppi farabutti profittarono e si arricchirono: non gli irpini, fatta eccezione di qualche sporadico caso. Bisognava puntare su una diversa tipologia industriale? Certo. Anche qui, con il senno del poi, è facile salire in cattedra. All’epoca erano tutti concordi, dall’estrema destra all’estrema sinistra, per quell’industria. Questa è storia, il resto è speculazione. Come è storia, comunque, che l’Alta Irpinia dispone oggi di infrastrutture viarie e di suoli industriali che sono una potenziale ricchezza del territorio.
Non ha colpe la classe dirigente politica di allora per lo stato in cui si trova oggi l’Irpinia e l’Alta Irpinia in particolare? Certamente ne ha. E non poche. Da Tangentopoli in poi anche quella nostra classe dirigente politica illuminata si è prima indebolita e poi, pian piano, ha badato a sopravvivere più che all’Irpinia. Data a quegli anni la ripresa dell’emigrazione e il calo del Pil. Quella classe dirigente politica non fu più in grado di governare i processi di sviluppo della provincia. La Grande Crisi ha fatto il resto.

4) La ricostruzione è stata un successo? E allora come si spiega la vergogna delle scuole di Avellino dichiarate insicure?
Siamo seri: si tratta di pochissimi casi, peraltro discutibili sul piano tecnico-scientifico. Si badi a individuarne le responsabilità. Generalizzare non aiuta a capire. E soprattutto si fa torto alla storia dell’Irpinia del dopoterremoto.