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Buongiorno

28.04.2018 - Buongiorno Irpinia

Caro Foti, Mancino serve come candidato-sindaco non come “consigliori”

Buongiorno, Irpinia.
Perdonatemi se torno sull’argomento della opportunità, secondo la mia opinione, che il Pd proponga al centrosinistra la candidatura di Nicola Mancino a sindaco della città capoluogo.

Ci torno, non in polemica ma soltanto per rendere meglio compiuto il pensiero, dopo aver letto della posizione assunta il merito dall’attuale primo cittadino Paolo Foti.

Egli dice, in buona sostanza, che sarebbe cosa buona, giusta e soprattutto saggia chiedere all’ex Presidente del Senato di dare una mano al Partito Democratico in questa vigilia molto turbolenta delle amministrative del 10 giugno. Aggiunge, però, che sarebbe uno “sgarbo” nei confronti di Mancino proporgli di scendere direttamente in campo nelle vesti di candidato, perché uno che ha alle spalle la sua storia politico-istituzionale non potrebbe accettare un ruolo del genere. In altre parole, sarebbe una “diminutio” improponibile.

Mi perdonerà Paolo Foti, ma sono in radicale disaccordo con il suo pensiero, essenzialmente per due motivi.

Il primo è che non sarebbe affatto disdicevole per Mancino ricoprire la carica di sindaco di Avellino dopo essere stato Ministro dell’Interno, Presidente del Senato e Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Sono anzi certo, conoscendo un po’ il carattere dell’uomo, che egli si sentirebbe addirittura “onorato” di poter rappresentare al massimo livello istituzionale la “sua” città. Perché – vorrei ricordare a me stesso, non a Foti che lo sa meglio di me – è vero che Nicola Mancino è di Montefalcione, ma è altrettanto vero che la sua culla politica, culturale e sociale è stata e resta Avellino. Questa città gli ha dato la spinta, non solo elettorale, per conseguire tutte le tappe della sua straordinaria carriera istituzionale. Mettere a disposizione della comunità avellinese la sua persona – così ricca di esperienza, prestigio e carisma – sarebbe per Mancino, non solo un atto dovuto, quant’anche e soprattutto un onore, appunto.

Il secondo motivo. Il Partito Democratico irpino è a pezzi. La farsa irresponsabile di un congresso che ha in sé tutti i caratteri dell’immoralità politica ha ridotto praticamente a zero le possibilità che, almeno in occasione delle amministrative del capoluogo, il partito ritrovasse un minimo di buon senso per evitare una guerra fratricida destinata a registrare soltanto sconfitti.

In queste condizioni, chiedere un aiuto generico a Mancino non servirebbe a niente. Se si è giunti all’inasprimento delle posizioni interne al Pd che conosciamo, tra le cause principali c’è proprio la vicenda amministrativa del capoluogo, a cominciare dalla scelta del candidato sindaco.

Oggi non c’è altra persona, al di fuori di Mancino, proprio per la valenza della sua personalità politica, in grado di “sospendere” la guerra ed utilizzare la pace sia per aumentare le probabilità di conquista elettorale del Municipio di Avellino, sia per avviare il processo di ricomposizione – ovvero di rifondazione – del Partito Democratico. Ma la pre-condizione è che egli scenda direttamente in campo come candidato sindaco: a lui nessuno del Pd direbbe di no. Magari qualcuno lo farebbe con un insopportabile reflusso gastrico. Ma lo farebbe comunque.