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Buongiorno

25.11.2018 - Buongiorno Irpinia

Ciampi e i Cinquestelle: si volta pagina senza rimpianti

L’Amministrazione comunale Cinquestelle di Avellino, la prima di un capoluogo del Mezzogiorno d’Italia, è durata meno di 150 giorni, praticamente l’arco d’un mattino. Ieri il sindaco Vincenzo Ciampi è stato sfiduciato dalla stragrande maggioranza dei consiglieri. Lo hanno cacciato senza nemmeno concedergli l’onore delle armi.

Del resto non poteva che finire così. Prima ancora che una maggioranza (ha infatti potuto contare fin dall’inizio soltanto sui cinque consiglieri grillini), a Ciampi è mancata una guida politica adeguata. Il suo dante causa, Carlo Sibilia – deputato, sottosegretario e capo irpino del Movimento – ha commesso una lunga serie di errori, tattici e strategici, dimostrando che al netto dell’arroganza - nemmeno sostenuta da un’apprezzabile dose di cultura politica e istituzionale (passi pure quella “generale”) – ha ben poco da offrire alla comunità provinciale.

Dalla sfilata delle “vele”, ignobile gogna mediatica per alcuni consiglieri comunali, alle rudi minacce di chissà quali rivelazioni di “segreti di Stato”, il sottosegretario ha esibito il volto del dittatorello di quartiere, tradendo la natura stessa della democrazia di base cui si ispira (o si ispirava) il Movimento.

Con una guida del genere, Vincenzo Ciampi – indubitabilmente persona dai sanissimi principi morali e sociali – non poteva che andare a sbattere. Con lui, purtroppo, è caduta anche la speranza del “cambiamento” in cui gli avellinesi avevano creduto. I Cinquestelle ad Avellino hanno fallito: questo è dato di fatto la cui inappellabilità sfugge ormai soltanto a Carlo Sibilia. Quando, infatti, egli afferma che “Ciampi e la sua squadra vanno riconfermati alle prossime elezioni perché hanno operato bene”, altro non fa che un tentativo maldestro, e spudorato, di esorcizzare la realtà: ossia che il problema non è Ciampi né tanto meno la “squadra” ma “l’allenatore”, cioè lui stesso, proprio Sibilia.

Il fallimento dei Cinquestelle, naturalmente, in nessun modo significa la riabilitazione del Partito Democratico al Comune di Avellino. Dico il Pd e non l’Amministrazione Foti per il semplice motivo che il vero colpevole del deludente quinquennio dell’ex sindaco – persona preparata e perbene – è il Pd: un partito che in quegli anni ha consentito la sistematica demolizione dell’impegno amministrativo ad opera di una sua stessa frangia consiliare velleitaria e irresponsabile, animata da sfrenate ambizioni personali, e con un tasso di etica politica pari a zero.

Insomma, per il capoluogo è ora indispensabile inventarsi qualcosa di diverso dal già visto. È inimmaginabile che la soluzione giusta possa essere trovata nell’indistinto delle ammucchiate e del civismo. E sarebbe un errore altrettanto grave percorrere scorciatoie non illuminate dal faro della Politica e piuttosto affidate al semplicismo falso e ingannevole delle primarie: porterebbero dritto al caos, a nuovi avventurismi, ad improbabili approdi.

La ricerca del diverso indispensabile è difficile ma non impossibile. L’esperienza cominciata con le amministrative del 10 giugno e terminata ieri ha offerto anche spunti positivi intorno ai quali vale la pena tentare la costruzione di una proposta per la città alimentata innanzitutto dalla Politica.

L’alternativa è un dannoso salto all’indietro.