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Buongiorno

11.05.2018 - Buongiorno Italia

Di Maio-Salvini: un compromesso utile, forse storico

Il 7 aprile scorso scrissi per Orticalab un commento politico che trovo attuale, oggi, alla luce dell’intesa che il M5S e la Lega “avrebbero” raggiunto (il condizionale è rigorosamente d’obbligo) e dalla quale, nel giro di pochi giorni, “potrebbe” nascere il nuovo governo.
Lo ripropongo per i lettori del mio Blog, avvertendo che ci sono riferimenti – naturalmente – a fatti nel frattempo accaduti, come le elezioni regionali nel Molise e nel Friuli.

Dall’indomani delle elezioni del 4 marzo, per un mese intero che non ha risparmiato nemmeno la pausa pasquale, fior di politologi, costituzionalisti e opinionisti – ciascuno a seconda anche delle proprie tendenze politiche – ci hanno spiegato ciò che l’altro ieri il Presidente della Repubblica ha sintetizzato in poche battute che abusivamente ci consentiamo di tradurre così: “Dal primo giro di consultazioni ho dovuto prendere atto che, allo stato dell’arte, non c’è una maggioranza parlamentare. Cari partiti politici, vi do i sette giorni: riflettete e provate a mettervi d’accordo per garantire al Paese un governo duraturo. Diversamente penserò ad altre soluzioni”.

Le cronache, nel frattempo, ci hanno raccontato il resto. Il Movimento 5 Stelle propone un “contratto alla tedesca”, in via prioritaria con il Pd ma non con Renzi, e poi con Salvini e Meloni ma senza Berlusconi. E’ tattica? Molto probabile.

Il Pd risponde che si tratta d’una proposta indecente e che, a prescindere, non intende nemmeno sedersi a discutere con i grillini, però già appare diviso al proprio interno. La Lega esclude accordi con il Pd ma, a differenza di Berlusconi, non sbatte la porta in faccia ai Cinque Stelle, anzi lascia tutte le finestre aperte. E’ una mossa concordata da Salvini con Di Maio? Possibile.

E’ quasi certo che da qui ad una settimana non accada niente di nuovo perché – a parere dei più accorti osservatori – Salvini e di Maio vogliono attendere i risultati delle regionali in Friuli Venezia Giulia e nel Molise.

Il ragionamento gira tutto intorno alla previsione di riconferma dei loro trend elettorali positivi: se la Lega continua a guadagnare al Nord a danno di Forza Italia, e la stessa cosa accade al Sud per i Cinque Stelle a danno del Pd, il gioco è fatto.

Nel senso che Salvini e Di Maio si sentirebbero incoraggiati e legittimati a procedere con il “bacio politico” immortalato – chiaramente a loro insaputa - dal murales comparso nel centro di Roma ed ispirato evidentemente, secondo il Fatto Quotidiano “alla celebre foto del bacio socialista tra Leonid Brezenev e ed Eric Honecker durante i festeggiamenti del 30° anniversario della Repubblica democratica tedesca della Germania dell’Est nel 1979”.

Eccoci al punto, allora. Per come si vanno mettendo le cose, l’alternativa più probabile allo scioglimento delle Camere ed al voto in ottobre (difficile si faccia in tempo a giugno), è proprio la nascita di un governo Movimento 5 Stelle – Lega, con dentro Leu ed eventualmente Fratelli d’Italia se la Meloni ci sta.

Politologi, costituzionalisti ed opinionisti di varia estrazione ritengono poco probabile, quasi impossibile, uno sbocco del genere. Ed adducono ragionamenti decisamente fondati: uno per tutti, la profonda diversità dei programmi dei due “vincitori relativi” del 4 marzo, a cominciare da punti qualificanti come il reddito di cittadinanza (Movimento 5 Stelle) e la flat tax (Centrodestra). Tutti, per di più, sottolineano l’inconciliabilità geopolitica tra i due partiti: non sarebbe possibile – è la tesi – comporre gli interessi elettorali della Lega, fortissima al Nord, e del Movimento 5 Stelle, ancora più forte al Sud. Insomma, il rischio sarebbe di ritrovarsi un’Italia spaccata in due, con un governo perennemente in conflitto al proprio interno, quindi destinato a fallire.

Il limite gravissimo dell’analisi testé riassunta è rappresentato da una verità incontestabile, anzi due. La prima: davvero qualcuno è disposto a sottoscrivere che le due Italie, quella del Nord e quella del Sud, possano essere più divise di quanto già lo siano? Gli indicatori di tutte le categorie del benessere forniscono l’immagine plastica di due Paesi profondamente diversi: a danno del Sud, va da sé. Perché politologi e opinionisti se ne dimenticano?

Il secondo limite è di natura storica: dall’Unità in poi, l’Italia è sempre stata spaccata in due. Non pare che i governi illuminati che si sono susseguiti in oltre un secolo e mezzo di storia patria si siano sforzati più di tanto per dare sostanza all’Unità nei termini che concretamente contano: ossia sviluppo economico e sociale, che in buona sostanza significa “qualità della vita”, al Sud come al Nord.

Inducono qualche sospetto le dimenticanze di oggi. Tanto più se si consideri che i medesimi politologi ed opinionisti, in altre circostanze, peraltro recenti, hanno sempre sostenuto che dalla risoluzione della Questione Meridionale trarrebbe vantaggi anche, forse soprattutto, il Nord. La qual cosa è vera e perfino.

Paradossalmente, dunque, un governo Cinque Stelle – Lega potrebbe addirittura affrontare, finalmente in concreto, il nodo più spinoso del nostro Paese: un Sud lento che fa rallentare anche il Nord, dunque la necessità inderogabile di accelerare il Sud per far correre di più il Nord.

Si dice della diversità tra Movimento 5 Stelle e Lega. Ma c’era qualcosa di più diverso, nei programmi e negli obiettivi politici finali, del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana negli Anni Settanta? All’epoca, era o non era considerata laicamente “eretica” la strategia di collaborazione, elaborata da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, fra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista con quelle di ispirazione cattolico-democratica?

Certo, i protagonisti di quella difficilissima sfida, tutta finalizzata al risanamento e al rinnovamento del nostro Paese, erano persone dello spessore, appunto, di Berlinguer e di Aldo Moro, mentre oggi abbiamo – con tutto il rispetto – Di Maio e Salvini (o Renzi e Berlusconi, scegliete voi).

Epperò siamo in presenza di una condizione di stallo - soprattutto a causa di una pessima legge elettorale, oltre che della più generale crisi dei partiti politici tradizionali - che si richiede qualcosa di simile al “compromesso” (senza l’aggettivo “storico”) che ai tempi di Moro e di Berlinguer ispirò la contaminazione tra due culture e due programmi politici distanti anni luce gli uni dagli altri.

Il compromesso politico che serve oggi è tra due Italie elettoralmente, ancorché non esclusivamente, rappresentate dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega. Come in tutti i compromessi, l’accordo si raggiunge aggiustando, non necessariamente tagliando, le parti programmatiche che non appaiono sovrapponibili. Si lavora di lima, non di forbici. Per dire delle cose che più toccano la pancia, il reddito di cittadinanza non va eliminato ma può essere rivisitato; così come la flat tax può essere ricondotta a proporzioni meglio compensabili dalle attuali condizioni della finanza pubblica.

Il “compromesso”, infine, potrebbe qualificarsi in positivo proprio attraverso una riconsiderazione critica della Questione Meridionale: ovvero inquadrandola rigorosamente anche dal punto di vista, ragionato e non demagogico, dell’Italia del Nord.

Ecco, se Di Maio e Salvini – Movimento 5 Stelle e Lega – avessero coraggio e umiltà insieme di elaborare e sottoscrivere un “compromesso” funzionale soprattutto agli interessi della comunità italiana, e non soltanto alle proprie leadership e ambizioni, si potrebbe varare un buon governo, stabile e duraturo in pochissimi giorni, senza trascinare di nuovo gli italiani alle urne, e soddisfacendo – nel contempo – anche questa voglia matta del Pd di stare all’opposizione.

Del resto, anche un Pd (questo Pd) all’opposizione il più a lungo possibile farebbe un gran bene all’Italia.