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Buongiorno

16.09.2017 - Buongiorno Italia

Fuga di cervelli? Sì, ma quelli che restano mica son fessi!

Buongiorno, Italia.
Ho un figlio laureato in Economia con 110 e lode e che dieci anni fu costretto ad emigrare in Olanda perché qui, dopo aver inviato il curriculum ad una quantità industriale di aziende, il massimo che gli avevano offerto erano 600 euro al mese. Facemmo un po’ di calcoli: con quel compenso avrebbe dovuto lavorare almeno cinque per ammortizzare la spesa sostenuta per frequentare l’Università, non alla Harward, ma Napoli. La realtà apparve un tantino mortificante. E non c’entrava niente la sfortuna: nelle sue stesse condizioni, se non peggio, si ritrovarono tantissimi altri giovani, ottimamente laureati e, come lui, affamati di lavoro e di voglia di fare.

La premessa per dire che ho una qualche cognizione di causa che mi autorizza a dire la mia su questa storia della “fuga dei cervelli” giovani dall’Italia rilanciata con toni drammatici da Confindustria.
Tantissime volte ho parlato dell’argomento con mio figlio. E devo riconoscere che c’è molto più senso della realtà in lui che non in me, che pure sul tema ho sprecato fiumi d’inchiostro ritrovandomi in perfetta sintonia con le tesi di Confindustria.
Mio figlio contesta questa impostazione. Almeno per come viene formulata e per la parzialità dell’analisi. Egli dice, in buona sostanza, che parlare di “fuga di cervelli” restituisce il messaggio, sbagliato, che i giovani bravi se ne vanno e che – scusate il termine – i fessi restano in Italia.

Non è affatto così, motiva il mio giovanotto ormai quarantenne. Egli conosce tantissimi ragazzi, una fetta davvero molto consistente, che hanno un curriculum eccellente, che hanno avuto il coraggio di restare in Italia, che si sono accontentati e che dopo anni di sacrifici sono riusciti a conquistare posti di lavoro medio-alti corrispondenti alle loro aspettative.
Insomma, per farla breve, i “cervelli” che restano in Italia sono la stragrande maggioranza dei giovani che hanno mostrato brillantezza nei loro studi universitari. Non è che il resto sia retorica. Ma è un fatto certo che sulla materia si stia esagerando un po’.

Il dramma vero è rappresentato dalla disincentivazione del nostro mercato del lavoro rispetto ai giovani. E non si può non sottolineare che quel mercato è regolato anche, anzi soprattutto, dalla parte imprenditoriale, almeno nel privato. L’imprenditore segue le sue logiche. Se può attenersi al minimo sindacale, meglio ancora se il minimo è tale che più meno non si può, lo fa volentieri. Un giovane eccellente viene rigorosamente selezionato, ma la busta paga è quella. Poi si vedrà. È nel “poi”, negli anni che devono trascorrere prima che il “cervello” venga adeguatamente pagato che matura nella testa di tanti giovani bravi la molla di tentare altrove.

In conclusione, se “fuga di cervelli” c’è, altrettanto vero è che: 1) anche quelli che restano hanno cervello da vendere; 2) non c’è assolutamente proporzione tra il numero di giovani cervelli che se ne vanno e il numero dei giovani che restano, nel senso che la stragrande maggioranza resta; 3) non è corretto addossare soltanto allo Stato la responsabilità delle “fughe”, tenuto conto che i giovani eccellenti che espatriano li ritroviamo a lavorare, con i loro ottimi “cervelli”, quasi esclusivamente nelle aziende private, per cui se ne deve ragionevolmente dedurre che li hanno fatti scappar via i nostri imprenditori e non certo lo Stato.