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Buongiorno

24.02.2020 - Buongiorno Irpinia

Il Coronavirus e l’Irpinia: il pessimo esempio di chi è rientrato da Codogno

Il giovane cameriere scappato da Codogno, dove lavora, per raggiungere Montefusco, suo paese natio, ha raccontato ai giornalisti de “Il Mattino” che l’ha fatto per paura del “coronavirus”. Una paura, per carità, più che fondata visto che il focolaio dell’infezione in Lombardia è stato individuato proprio nella cittadina del lodigiano. Ci sarebbe da chiedere al giovanotto come mai non abbia avuto paura di poter infettare i suoi familiari tornando a casa. Ma allo stato dei fatti sarebbe una domanda inutile.

Con ogni probabilità la stessa spiegazione darebbero i due fratelli di Lauro, anch’essi a Codogno per lavoro, che hanno raggiunto prima Napoli in treno e poi il paese natio in pullman, noncuranti né dell’ordinanza del sindaco lombardo, che imponeva a tutti di non lasciare il territorio comunale, né del rischio al quale hanno esposto sia le persone con cui hanno viaggiato sia i propri familiari.

Il medesimo racconto si potrebbe fare, infine, dei due giovani, uno di Taurano e l’altro di Moschiano, rientrati in fretta e furia ancora qui da Codogno.
I sindaci dei quattro comuni e l’Asl hanno adottato tutte le misure previste dal protocollo. Ora bisogna sperare che nessuno dei cinque giovani abbia contratto l’infezione, e che dunque nessuno sia diventato a propria volta diffusore del virus. Ma la domanda è: possiamo far fronte con successo alla drammatica emergenza del coronavirus con la “speranza” e non già con i comportamenti individuali e collettivi di rigorosissima responsabilità?

Lo hanno detto gli esperti, non è una nostra opinione: allo stato dei fatti le uniche armi che abbiamo per contenere la diffusione del virus sono la nostra costante allerta, l’applicazione delle procedure codificate nelle direttive dell’OMS, la correttezza dei nostri comportamenti. Anche per questo i sindaci e i responsabili territoriali della Sanità non possono e non devono avere alcuna indulgenza verso chi non fa il proprio dovere. Per di più tenendo presente che in emergenze come queste la paura non è né un “diritto” né un’attenuante generica.