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Buongiorno

06.01.2020 - Buongiorno Irpinia

Il “Landolfi” e la nostra Sanità malata si curano con realismo e buonsenso

Puntuali come un orologio svizzero sono riesplose le polemiche sull’ospedale “Landolfi” di Solofra. È bastato che si desse seguito al nuovo assetto organizzativo dell’Ortopedia - peraltro provvisorio, nelle more dei tempi concorsuali delle assunzioni programmate – perché suonasse l’allarme contro la luciferina volontà complottesca dei soliti noti di “distruggere a martellate” (espressione del primo cittadino Michele Vignola) la storia alta e nobile (fandonie) di quella realtà ospedaliera: una punizione ingiusta e cinica, detta diversamente, inflitta ai cittadini di Solofra e di tutto il versante irpino della Valle dell’Irno. Per quale arcano motivo tanta crudeltà, però, nessuno lo spiega: accuse vaghe e solenni anatemi rassegnati ai mezzi di informazione più per ostentare una presenza che per spiegare – compiutamente e doverosamente – come stiano le cose e perché stiano così.

È bastato che si desse il via ad una soluzione – ripetiamo: provvisoria e per di più concordata tra i responsabili sanitari del “Moscati” e del “Landolfi” - per avviare in concreto il progetto di “Ospedali Riuniti” definito dal Governatore con tanto di assenso del sindaco Vignola, perché quest’ultimo s’incavolasse al punto da gridare minaccioso ai quattro venti – evidentemente rivolto al suo amico presidente della Campania – espressioni del tipo: “Alle prossime elezioni regionali io e i solofrani sapremo come votare”.

Ora - Signore e Signori della Città delle Pelli, della Valle dell’Irno e dell’Irpinia tutta – con tutti i problemi drammatici che ci ritroviamo in questa provincia - dallo spopolamento al calo delle nascite, dal Pil sempre più giù alla disoccupazione sempre più su - non sarebbe tempo che almeno sui problemi della Sanità, ossia della nostra Salute, cominciassimo a ragionare con maggiore serietà e possibilmente con un pizzico di buon senso oltre il minimo sindacale?

Cominciamo proprio dal primo cittadino di Solofra. Il sindaco Vignola ha le sue sacrosante ragioni per agitarsi al punto da rendergli indispensabile la camicia di forza. Egli deve dar conto ai suoi concittadini della sopravvivenza o meno dell’ospedale. È il loro massimo rappresentante istituzionale, il garante del loro diritto alla Salute. Legittime le sue imprecazioni, dunque, ad ogni starnuto che può mettere in forse lo stato di salute della struttura sanitaria. In altre parole, i ragionamenti di Vignola filano a perfezione. Solo che si basano su una premessa sbagliata: sono ragionamenti, cioè, affetti da una patologia che in Psichiatria viene definita “Pseudologia Fantastica” (Stia tranquillo il sindaco: non abbiamo detto che è un pazzo. Tutt’altro.).

La premessa sbagliata si rinviene indietro nel tempo. La vicenda del “Landolfi” – ospedale di recente passato dall’Asl all’Azienda “Moscati” – è stata storicamente vissuta tra enormi disagi e difficoltà, ed è stata da sempre gestita con i piedi: non tanto i piedi della politica sanitaria quanto quelli della peggiore politica clientelare. Fin dalla nascita di quella struttura, infatti, soltanto l’interessata miopia clientelare della politica nostrana (l’ospedale sotto casa, ad esempio!) ha impedito di vedere che non avrebbe potuto avere vita facile a Solofra un nosocomio doppione, per di più in pessima fotocopia, dell’ospedale avellinese “Moscati” distante dal “Landolfi” appena dieci minuti d’auto.

Quale senso, se non quello della peggiore politica clientelare e sprecona, ad esempio, poteva mai essere attribuito all’esistenza di due Chirurgie, due Ortopedie, due Ginecologie e Ostetricie, due Radiologie e via discorrendo a soli pochissimi chilometri di distanza, e comunque tutti doppioni – l’originale, il Moscati, di categoria superiore; la copia, il Landolfi, di categoria molto inferiore – che attingevano e attingono sostanzialmente al medesimo bacino di utenza, posto che i cittadini dell’area già a ridosso di Montoro si servono presso gli ospedali salernitani a cominciare da quelli di Mercato San Severino e di Nocera?

La premessa sbagliata è che già in origine il Landolfi poteva e doveva essere altra cosa: un polo specialistico, meglio ancora una Eccellenza Specialistica, in uno dei settori – scelgano gli esperti quale – di cui è carente la vasta area interprovinciale Avellino-Salerno. La premessa sbagliata è che la politica clientelare e miope non aveva nemmeno immaginato che – sprechi oggi, sprechi domani – arriva il giorno in cui il debito sanitario, e con esso la grave insufficienza dei livelli di assistenza, arrivano al punto che ti devono giocoforza commissariare, quindi “tagliare”: i famigerati tagli lineari – a Mirabella cinicamente detti “Addò coglio, coglio!” – che da dieci anni a questa parte hanno fatto e tuttora fanno penare la Sanità della Campania.

Filano a perfezione i ragionamenti del sindaco Vignola. Egli ha ragioni sacrosante da vendere. Ma nessuna di quelle ragioni, tutte validissime sul piano “romantico” del dovere e della passione della rappresentanza istituzionale, poggia su pilastri solidi della corretta politica sanitaria.

Un esperto in materia, esperto con la E maiuscola, la cui identità per correttezza non citiamo, ha osservato in privato che il modo vero e migliore per garantire un’assistenza sanitaria sicura ai pazienti che attualmente si rivolgono al “Landolfi” sarebbe quello di non avere il “Landolfi”, specie per come esso è da sempre, e di dirottare tutta l’utenza al Moscati, distante soli 8 minuti da Solofra, 12 da Montoro, e fare altro del “Landolfi”: farne ciò che andava fatto quando l’ospedale nacque, ossia un Polo Specialistico; anzi meglio, un’Eccellenza Specialistica.

Perché, Signore e Signori, due ospedali che fanno le stesse cose, a distanza di dieci minuti d’auto, non hanno senso. Anzi, sono un controsenso: per la banalissima ragione che se concentri in un’unica struttura la somma degli operatori sanitari dei due ospedali, quello originale e quello in pessima fotocopia, ti ritrovi addirittura con un numero eccedente di operatori sanitari, e non nelle gravissime condizioni di carenza di cui attualmente soffrono sia al “Moscati” che il “Landolfi”. La buona sanità si fa con bravi medici e bravi infermieri, ma anche i numeri che servono di medici e infermieri.

Si garantirebbe un’assistenza più completa e sicura dirottando al “Moscati” i pazienti che oggi si servono presso il “Landolfi”, e facendo altro del “Landolfi”, per l’altra banalissima ragione che il “Moscati” può e il Landolfi “non” può: non perché qui non ci siano bravi medici, bravi infermieri, bravi portantini e perfino bravi nullafacenti. Ma soltanto perché il “Landolfi” non è attrezzato, non lo è mai stato, né mai potrà esserlo secondo gli standard minimi in grado di garantire un’assistenza completa e sicura, e tanto a causa dei “numeri” insufficienti di interventi e prestazioni d’ogni genere in chirurgia, in ortopedia, in ginecologia e ostetricia e dunque a causa delle diseconomie insostenibili che ne derivano.

Non ce ne voglia il sindaco Vignola, anzi ci ringrazi per la spietata verità che raccontiamo: la verità come unica strada per trovare una soluzione dignitosa per il “Landolfi”, per garantire un’assistenza completa e sicura, per salvare posti di lavoro, per favorire l’economia di Solofra con la presenza di una struttura di Eccellenza Specialistica. Quale specialità? Spetta agli esperti in materia studiare, monitorare, proporre. Non certo a noi.

Noi, piuttosto, in questa sede, continuando il discorso lungo il filo della necessità, ormai inderogabile, di cominciare a discutere di Sanità, cioè dell’assistenza alla nostra Salute, come si diceva sopra, in modo serio e con un pizzico di buon senso oltre il minimo sindacale, qui e subito vogliamo sottoporre ai lettori, e magari agli addetti ai lavori se hanno bontà e pazienza di ascoltare, una riflessione ragionata che ci pare meritevole d’una qualche attenzione. Aggiungiamo subito che non c’entra direttamente il caso Solofra, il quale resta comunque un caso paradigmatico d’una cultura sanitaria non più sostenibile, ma che con il Landolfi di Solofra, ovvero con le opzioni possibili del suo futuro, può intrecciarsi, almeno come tema di confronto.

La riflessione prende spunto, ancora qui, dalle cronache delle ultime settimane: cronache – ahinoi – che sono fedelissime fotocopie dei fatti che si perpetuano ormai da anni nei Pronto Soccorso degli ospedali italiani, in quelli del Mezzogiorno d’Italia in modo particolare, e chissà perché.

Eccoci, al dunque, Signore e Signori.

È ormai evidente che il superamento di alcune difficoltà che vive il Servizio sanitario regionale passa per la realizzazione di una effettiva integrazione tra le Aziende ospedaliere ed il territorio, rappresentato dalle Asl. Appare emblematica al riguardo la questione della Riabilitazione. Esclusa di fatto dalle attività proprie dell’ospedale, essa è stata da sempre “relegata” nei servizi di competenza dell’Asl. Senonché per tale branca non è stata mai individuata, in Regione Campania, una precisa dimensione operativa e, soprattutto, non è stata mai precisata la relazione che debba esserci tra la struttura ospedaliera e i Centri di Riabilitazione disseminati sul territorio.

La crisi vissuta recentemente dall’ospedale “Moscati”, ad esempio, ha evidenziato ulteriormente questa grave carenza. Infatti, la criticità dei Pronto Soccorso ha determinato una sempre maggiore pressione sui reparti di degenza affinché liberassero, il più velocemente possibile, posti letto in grado di accogliere i grossi flussi in entrata. Ciò ha reso sempre più evidente l’esistenza di una criticità in uscita, dovuta al fatto che i reparti di degenza trovano spesso grosse difficoltà a dimettere i pazienti. Questa criticità si manifesta in maniera vistosa soprattutto per l’ortopedia e per la neurologia, ma anche per la medicina e per la geriatria. In tali reparti, infatti, si hanno le maggiori difficoltà a realizzare dimissioni tempestive, poiché molti dei pazienti da dimettere risultano, almeno in quel momento, in condizioni di non autosufficienza e, quindi, difficilmente gestibili presso la propria dimora abituale, dove la famiglia non è in grado di farsi carico della nuova condizione del soggetto.
È evidente che il problema trova sbocco con l’individuazione di agenzie disponibili ad accogliere una utenza della categoria descritta. E ciò è possibile se ci sono sul territorio strutture idonee a svolgere un ruolo del genere. La cui funzione va intesa, dunque, in filiera con l’ospedale ed i suoi reparti.

Diventa quindi centrale, in questo discorso, la struttura di Riabilitazione che si organizzi (per qualità degli interventi e per dotazione di posti letto) in modo idoneo ad accogliere utenti provenienti dai reparti di ortopedia (protesi di anca o di ginocchio, fratture di femore trattate chirurgicamente), dai reparti di neurologia (sequele di ictus, fasi intermedie di malattie degenerative) e dalle medicine o dalle geriatrie (sindromi da immobilizzazioni).

A tale scopo sarebbe auspicabile la previsione di un protocollo che andrebbe sottoscritto dall’Azienda Ospedaliera, dall’Azienda Sanitaria e dai Centri di Riabilitazione idonei del territorio: un protocollo che serva a codificare e a velocizzare le procedure amministrative, sicché il percorso del paziente in direzione delle strutture riabilitative, una volta che egli sia stato clinicamente stabilizzato in ospedale, possa svolgersi con modalità automatiche e sufficientemente veloci.

Niente di trascendentale, allora. Soltanto il principio elementare secondo il quale l’emergenza in entrata negli ospedali la risolvi agevolmente – senza costi aggiuntivi, anzi con un enorme risparmio dei costi (si calcoli quanto pesa sulle casse pubbliche un giorno di degenza in ospedale) – accorciando i tempi dell’emergenza in uscita, ovvero togliendo il “tappo” delle degenze forzate.

La riflessione che avete appena letto, Signore e Signori, non è frutto “originale” della mente di chi scrive. Il sottoscritto, come il sindaco di Solofra, fa un mestiere diverso dalla materia medico-sanitaria. Epperò basta attingere dalle fonti ufficiali di Aziende ospedaliere e Aziende sanitarie locali per costruire una riflessione logica calata nella quotidiana realtà delle disfunzioni, dei disservizi e dei bisogni oggettivi delle nostre strutture di settore e del nostro territorio.

Ora tocca ai responsabili del settore ragionarci su e assumere iniziative. Intanto, scusate il disturbo se abbiamo tentato di riportare il problema del Landolfi, ma più in generale della nostra Sanità, in una dimensione di ragionevoli, e perciò stesso, utili dubbi.