menu

Buongiorno

05.03.2017 - Buongiorno Irpinia

Il Pd Irpino e quelle tessere tanto al chilo

Buongiorno, Irpinia. Comunque evolverà la vicenda nazionale del Pd, c’è poco da sperare che il congresso irpino partorisca il partito che serve alla provincia in una fase cruciale del suo processo di sviluppo. Gli episodi che hanno caratterizzato il tesseramento lasciano indovinare un’assemblea congressuale tutta impegnata sul regolamento di conti tra le varie e incattivite anime interne e scarsamente concentrata sulla necessità di offrire un dibattito, anche aspro, ma su tesi e strategie politiche funzionali agli interessi della comunità irpina.

E’ di una gravità inaudita il fatto che protagonisti e comparse della commedia provinciale del Partito Democratico non si rendano conto che ai cittadini, a cominciare proprio dal popolo Pd, non frega niente delle loro stucchevoli beghe, che sono la sola cosa fin qui emersa, peraltro con una connotazione di volgarità che non fa onore a personaggi che comunque hanno alle spalle una storia personale e politica di tutto rispetto.
Ed è altrettanto grave che un partito alle prese con il problema dei suoi problemi, ovvero l’urgenza di affrontare in maniera chiara e risolutiva la “questione morale” dei comportamenti dei suoi attori di prima e seconda fila, rimanga indifferente – a tutti i livelli – difronte al caso, amorale se non proprio immorale, del tesseramento di massa nel Pd promosso da Scelta Civica. Si è in presenza di ambiguità e furbate di pessimo gusto destinate ad inquinare il congresso e ciò che ne verrà dopo, e intanto non c’è barba di protagonista politico o istituzionale del Pd che chieda spiegazioni convincenti.

Appare in tutta evidenza che la sola cosa che interessa sono le tessere, il numero che serve per vincere il congresso: poco importa da dove arrivano e perché arrivano. Ancora meno importa che il deputato e vicepresidente nazionale di Scelta Civica, Angelo Antonio D’Agostino, candidamente dichiari “legittime” le decisioni dei suoi luogotenenti e truppe annesse di accamparsi nel Pd, mentre attende di vedere come evolve la situazione in quel partito per poi decidere se andarci o no anche lui, che però – con un doppio salto mortale all’indietro – è “ancora convinto di poter immaginare un futuro per Scelta Civica”. Naturalmente, ciascuno è libero di contraddirsi e di gestire le furbate come meglio crede. Ed è un peccato, perché l’ottimo imprenditore D’Agostino era “salito” in politica con Mario Monti, carico di buona volontà e di belle intenzioni. Altra storia è che poi si sia ritrovato a braccetto con Denis Verdini, fresco – quest’ultimo – di una condanna a nove anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per bancarotta fraudolenta.

Il problema, allora, non è di D’Agostino, che per ciò che dice dimostra di avere un’idea molto discutibile della coerenza e dell’etica politica. Il problema è del Pd, di questo Pd. Perché non si pone una domanda semplice-semplice che investe, insieme, il piano politico e la questione morale, ed è la seguente: se il deputato D’Agostino decidesse di restare nel suo partito e con esso candidarsi alle prossime politiche, visto che ne ha certezza di un futuro radioso, per chi voteranno le truppe cammellate di Scelta Civica oggi sospinte al tesseramento con il Pd dal Capo di Stato Maggiore del medesimo Generale D’Agostino, ovvero da Ettore Iacovacci? In altre parole, il Pd potrà ritrovarsi, con le truppe cammellate di Scelta Civica, i nemici in casa: un Cavallo di Troia ben ammaestrato a seguire il padrone al momento del bisogno.
Alla luce delle dichiarazioni del vice-presidente nazionale di Scelta Civica e del suo braccio operativo nel capoluogo, bisogna davvero sforzarsi tanto per capire che avallare operazioni del genere appanna ancor più l’immagine del Pd e che, comunque, non è un buon inizio per un partito che si vuole rilanciare? Non rileva che una domanda del genere non se la pongano taluni avventurieri per i quali era stata addirittura chiesta l’espulsione dal Pd e che ora vestono i gradi di colonnelli del Pd (quanto è democratico questo partito!) ed affermano pubblicamente che la linea politica la dettano loro. Fa specie, invece, che vi sorvolino esponenti di primo piano del partito che peraltro rivestono anche importanti ruoli istituzionali.
Tutto lascia credere, insomma, che la contingenza dei numeri congressuali – quale che sia la natura di quei numeri – venga intesa come assolutamente prioritaria rispetto alla necessità di rilanciare il Pd facendo tesoro delle leggerezze e degli errori che ne hanno sin qui minato la credibilità. E se queste sono le premesse – in Irpinia come altrove – che vinca Renzi o qualche altro il congresso nazionale, si continuerà ad avere in periferia un Partito Democratico sempre meno sintonizzato con il sentimento del popolo Pd, sempre più esposto al rischio di altre drammatiche scissioni.