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Buongiorno

01.05.2017 - Buongiorno Irpinia

Il “camorrismo politico” che immiserisce l’Irpinia

Buongiorno, Irpinia. Non è un argomento benaugurante nel giorno della Festa dei Lavoratori, ma non si esorcizza la realtà non parlandone. Anzi, forse il Primo Maggio è la data simbolicamente più appropriata per invitare i rappresentanti politici locali ad aprire finalmente gli occhi sulle miserie dell’Irpinia.
Avrete letto sui giornali di ieri il rapporto annuale dell’Osservatorio dei consulenti di settore sulle dinamiche del mercato del lavoro. Riepiloghiamo in breve, partendo dalle retribuzioni mensili nette dei dipendenti. Nella graduatoria delle 110 province italiane, l’Irpinia occupa il posto numero 93. In Campania sta peggio soltanto il Sannio. Rispetto alla media nazionale, che è di 1.315 euro, da noi se ne trovano in busta paga 1.136. La punta massima si registra a Bolzano: 1476 euro. Il confronto è significativo anche in rapporto ai dati sulla natalità (di altra fonte) pubblicati la scorsa settimana: Bolzano è la provincia italiana dove si fanno più figli, l’Irpinia è quella in cui se ne fanno meno. E si capisce: i figli costano. A Bolzano, marito e moglie che lavorano è la norma; qui non è un’eccezione ma il monoreddito familiare è largamente maggioritario. Si aggiunga che da quelle parti l’indice di disoccupazione si aggira sull’8%, mentre in provincia di Avellino siamo ad oltre il 40, con la “giovanile” addirittura tendente al 60, e la “culla” è servita.
Recentemente, alla presentazione del volume “Fiori nel deserto”, raccolta – ad opera di Paola Saggese – di 50 racconti di giovani locali, si è molto insistito sul rischio di “desertificazione” dell’Irpinia. I dati incrociati del trend dei flussi migratori, della disoccupazione giovanile e delle retribuzioni testé citate rendono quel rischio altamente probabile. D’altra parte, se la previsione al 2065 è che l’Italia perderà 7 milioni di abitanti, dei quali un milione e mezzo in Campania, è evidente come la provincia di Avellino, al pari del Sannio, si ridurrà ai minimi termini e per di più con un residuo di popolazione sempre più vecchia. Si dirà: ma devono passare 43 anni perché ciò accada. Certo, moltissimi di noi a quell’epoca non ci saranno più. Però ci saranno, da adulti, i bambini di oggi, quelli che non avranno lasciato l’Irpinia e per i quali dovremmo pure far qualcosa se non vogliamo cedere al più bestiale degli egoismi esistenziali. Anche 50 anni fa e per tutto il tempo che è seguito non si è pensato abbastanza alle nuove generazioni. E’ per questa ragione che l’Italia si ritrova con un debito pubblico enorme, con le conseguenze che tutti ben conoscono. E’ già stato rubato il futuro ai giovani che ormai sono diventati adulti. L’emigrazione e la desertificazione sono i frutti di quella semina. Insistere nell’errore è diabolico.
Ultimo dato significativo restituito dall’Osservatorio dei consulenti del lavoro è il forte squilibrio occupazionale tra uomini e donne. Lo scarto è calcolato intorno al 23%, quel tanto che basta per posizionare l’Irpinia al posto numero 90 della graduatoria. Su questo aspetto è stato fondatamente osservato che le donne, le cui retribuzioni medie sono di parecchio inferiori ai 1.136 euro degli uomini, trovano più conveniente non lavorare se hanno figli piccoli, dal momento che il costo della colf sarebbe superiore alle loro buste paga. E qui emerge il dramma nel dramma della disoccupazione irpina – non rilevabile dal suddetto Osservatorio ma da fonti ufficiose – che è lo sfruttamento intensivo e dai caratteri schiavisti del lavoro femminile, con retribuzioni (tempo pieno) di 400/500 euro mensili. E’ una cifra in linea anche con una fascia abbastanza ampia di lavoratori maschi, specialmente giovani, arruolati soprattutto nelle attività commerciali, artigianali e culturali. Uno scandalo mai sufficientemente indagato da chi ne ha la competenza istituzionale, probabilmente in aderenza alla filosofia del “chiudi un occhio e magari anche l’altro” per non disturbare il “quieto vivere” degli amici e degli amici degli amici.
Se si vuole, si può leggere anche in questi atteggiamenti una diffusa cultura di “camorrismo politico” che spiega in parte perché l’Irpinia perde sempre più giovani e perché chi resta non può fruire del diritto naturale di mettere al mondo figli.
Del resto, e in conclusione, ci sarà pure un motivo se la politica irpina continua ad arrampicarsi sugli specchi dei massimi sistemi, inciampando spesso e a propria insaputa nei congiuntivi, e trascura invece di confrontarsi su temi così drammatici ed attuali come la natalità sempre più bassa, la disoccupazione giovanile, le retribuzioni ufficiali più umilianti d’Italia, lo sfruttamento dei ragazzi e delle ragazze a paghe infami ed il conseguente arricchimento illecito di datori di lavoro che confondono, in maniera goffa e selvaggia insieme, la proprietà delle proprie aziende con la proprietà della vita dei dipendenti.
E si badi: questo non è un tema di sinistra, di centro o di destra. È, naturalmente e semplicemente, un tema umano.