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Buongiorno

09.06.2018 - Buongiorno Irpinia

Il “fiume di droga in Irpinia”, il Procuratore Cantelmo e i nostri assurdi silenzi

Nei giorni scorsi, in occasione della Festa dell’Arma, il capo della Procura di Avellino, Rosario Cantelmo, è tornato su un tema a lui caro: l’importanza della partecipazione dei cittadini nella lotta alla criminalità ed alle devianze sociali che la delinquenza alimenta: una per tutte, l’eccessivo consumo di droga nella provincia irpina con il falso mito di “terra tranquilla”.

In Irpinia, ha detto in sostanza Cantelmo, scorrono fiumi di droga. E di fronte ad un fenomeno di proporzioni decisamente allarmanti – ha lasciato intendere –, non pare ci sia una adeguata presa di coscienza da parte della gente.

Proprio il giorno prima della Festa dei Carabinieri, a Domicella era stato catturato Guglielmo Cirillo, affiliato al clan camorristico dei Poverino ed elencato tra i cento latitanti più pericolosi. Il boss si “nascondeva” praticamente “tra la gente”. Una circostanza che ha fatto nascere spontanea la domanda su come sia stato possibile che per anni nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha denunciato. Anche in questo dato di cronaca, molto opportunamente, Cantelmo ha affondato la lama. Appare scontato, del resto, che se qualcuno avesse parlato, se ci fosse stato un minimo di collaborazione da parte della “gente”, non sarebbero occorsi cinque anni per catturare il boss.

Il Procuratore ha voluto per caso dire che la “gente” dovrebbe sostituirsi ai Carabinieri, alla Polizia, agli Investigatori nella lotta alla criminalità? Assolutamente no. Faremmo offesa grave alla nostra stessa intelligenza se interpretassimo in questo modo il pensiero del magistrato. La lettura autentica delle parole di Cantelmo è molto più semplice e lineare, è addirittura lapalissiana: se i cittadini chiudono gli occhi e le orecchie di fronte a ciò che accade intorno a loro, diventa tutto molto più difficile anche per le forze dell’ordine.

Insomma prima o poi i criminali finiscono dentro, ma nel frattempo avranno prodotto altri danni, generato altre metastasi nel tessuto sociale. L’esempio più calzante è proprio quello del “fiume di droga” che scorre anche nella provincia irpina. Possiamo dire di non sapere, di non vedere, di non sentire? Quanti genitori sanno dei loro figli schiavi della droga e se ne stanno zitti? Certo, alla fine i Carabinieri e la Polizia e la Guardia di Finanza arrivano agli spacciatori e da questi ai fornitori e via via su all’organizzazione mafiosa che controlla il mercato. Ma nel frattempo, ossia in tutto il tempo dei nostri “silenzi”, quanti altri ragazzi saranno entrati nel “giro”, e quante altre morti da overdose dovremo contare?

Tutta qui l’essenza dei moniti di Cantelmo, e non soltanto di Cantelmo. Possiamo sostenere che abbia torto? O, piuttosto, sarebbe doveroso ringraziarlo per i suoi continui stimoli alla coscienza collettiva?