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Buongiorno

14.09.2019 - Buongiorno Irpinia

In ricordo di Franco Angrisani

Nel decennale della scomparsa di Franco Angrisani, pubblichiamo l’intervento di Gianni Festa (che ringraziamo per la concessione) svolto ieri sera a Mirabella Eclano nel corso del convegno di commemorazione del compianto ex direttore de Il Mattino

di Gianni Festa

Ringrazio gli organizzatori di questo appuntamento per ricordare Franco Angrisani, a dieci anni dalla scomparsa. Un saluto all’amministrazione comunale di Mirabella, al suo sindaco, e, in particolare, al collega Franco Genzale e, soprattutto, all’assessore Raffaella D’Ambrosio, nipote del caro Franco Angrisani. Un doveroso saluto a voi tutti che oggi con la vostra presenza intendete tributare il ricordo appassionato ad un signore perbene, un figlio eccellente di questa realtà che vanta antiche tradizioni come ci ricordano gli scavi e i reperti a cui ha dedicato la propria esistenza, tra gli altri, l’illustre don Nicola Gambino.

In questo mio breve intervento non mi soffermerò solo sui dati anagrafici e professionali che hanno accompagnato la straordinaria missione di giornalista di Franco Angrisani al quale, lo dico con un pizzico di orgoglio, mi legava quell’irpinitudine che è come un marchio per coloro che hanno genesi in questa nostra bella terra, ricca non solo di eccellenze paesaggistiche, ma soprattutto di fulgide intelligenze che hanno dato lustro all’Italia e all’Europa. Penso, solo per citare alcuni protagonisti indimenticabili, a Francesco De
Sanctis, a Pasquale Stanislao Mancini, a Francesco Tedesco, a Guido Dorso e, negli anni più recenti, ad una classe dirigente politica così fortemente impegnata nel governo del Paese, passata alla storia con la
catalogazione dei “magnifici sette”, da De Mita, a De Vito, da Mancino a Bianco, tanto per citare dei nomi. Di questi ultimi Franco Angrisani era amico rispettato e benvoluto per la sua dedizione al giornalismo, vissuto in assoluta autonomia e con il rispetto che si deve alle altrui opinioni. Di questa classe dirigente e della sua concentrazione in terra d’Irpinia si meravigliò lo stesso presidente Sandro Pertini.
Nelle sue discussioni con Antonio Maccanico, a cui Angrisani era molto legato, affiancandolo negli impegni di governo, Sandro Pertini affermava che la straordinarietà della razza irpina, mi si lasci
passare questo termine, aveva una precisa origine. La spiegava così a Maccanico, in presenza del nostro caro Franco: l’irpinitudine aveva origine, secondo il Capo dello Stato, dall’ innesto di una colonia di liguri giunti e stabilitisi sulle rive del Calore, con gli antichi sanniti. Insomma l’intelligenza degli irpini era il risultato di quell’innesto con i liguri, popolo dei cui Pertini faceva parte.

Ci sono due momenti diversi che, personalmente, si incrociano con Franco Angrisani: il primo riguarda il vissuto al Mattino di Napoli, quotidiano nel quale ho attraversato l’intera attività professionale, dalla gavetta dell’abusivo, passando per inviato speciale per decenni.
In questa veste devo molto al direttore Angrisani che alla pattuglia degli avellinesi, definita zampognari, da chi nella Napoli con la puzza sotto il naso si dilettava a etichettare coloro che arrivavano dalla provincia, teneva molto e con essa si confrontava nei momenti più delicati della vita del giornale. Penso al rapporto con Nacchettino Aurigemma, Peppino Pisano, Franco Genzale e con il sottoscritto. Di questo rapporto, e di come esso si era consolidato, ciascuno di noi serba ricordi personali che spaziano tra l’agire professionale e le qualità umane del nostro caro amico.

Il secondo momento s’incrocia con Franco Angrisani nell’attività svolta nell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’Agcom, (e colgo l’occasione per salutare oggi qui il dott. Stazi) della quale Franco era responsabile dei rapporti istituzionali dell’informazione con il presidente Corrado Calabrò, mentre io rivestivo l’incarico di presidente del Corecom Campania, una postazione di controllo dell’emittenza televisiva regionale, insidiata spesso dal potere criminale per via dei contributi da erogare. Anche in questa veste Franco Angrisani si dimostrò quasi un fratello nel dispensare consigli, consentendomi di mantenere la schiena diritta senza mai cedere a pressioni e ricatti. Fu proprio Franco Angrisani a sollecitare il presidente Calabrò e la responsabile dei rapporti con i Corecom, perché fossero ampliate le deleghe di controllo al Corecom Campania da me presieduto.
E grazie anche a lui fu battaglia vinta.

Ma chi era, a mio avviso, Franco Angrisani? Un galantuomo, prima ancora che uno stimatissimo professionista. Un signore nei gesti, nei comportamenti.
Persona dotata di una straordinaria sensibilità, Sempre super partes.
Disdegnava l’ipocrisia. La sua forza era nella semplicità e nell’umiltà dell’approccio. Questo suo atteggiamento non mutava mai.
Fosse il suo interlocutore uno degli ultimi o un vip della vita politica e sociale.

In occasione della sua scomparsa, accompagnata da centinaia di attestati di solidarietà e di rimpianti, un altro collega Francesco Durante, scomparso improvvisamente in giovane età solo qualche mese
fa, e a cui va il mio commosso ricordo, così riassumeva la figura di Franco Angrisani: “Una persona discreta e signorile, ma anche affettuosa e particolarmente sensibile ai semplici gesti che certificano l’esistenza di un rapporto di amicizia e di stima”. E ancora: “Uomo navigato e professionista molto esperto delle cose della politica e delle istituzioni. Aveva una passione autentica e profonda per il teatro, di prosa e d’opera. Ci andava ogni volta che poteva e contava numerosi amici tra registi, attori, drammaturghi, musicisti e critici”. E aggiungo, recuperando dalla memoria alcune serate
consumate da “Peppino” storico locandiere degli artisti poco distante dalla redazione del Mattino, che le sue intuizioni erano sempre coronate da successi straordinari. Ricordo che una notte a tavola con Maurizio Scaparro, a cui Franco era molto legato, si discusse come organizzare la ricorrenza del novantesimo anno dalla fondazione del Mattino. Il direttore Angrisani espose con grande lucidità come
poteva essere ricordato quell’anniversario. Decise di chiamare a collaborare le grandi firme del giornalismo italiano e di pubblicare i grandi esponenti della cultura napoletana da Prisco a Compagnone, da
Rea a Eduardo.
E anche quella volta fu battaglia vinta.

Roberto Ciuni, vulcanico direttore de Il Mattino, del quale Franco Angrisani raccolse l’eredità aveva conosciuto Franco Angrisani quando era ancora il più giovane giornalista italiano come cronista politico.
E ne tracciò un profilo umano di grande respiro.
“La misura gentile del temperamento - scriveva Ciuni a proposito di Angrisani - gli si rifletteva sulla pagina, sempre completa, sempre elegante, affidata a quel sobrio stile dei cronisti parlamentari di Montecitorio, probabilmente formato sull’esempio dei maestri frequentati in gioventù, gli Enrico Mattei, i Vittorio Gorresio, gli Enzo Forcella”. Uno stile purtroppo oggi archiviato anche per mancanza di maestri nell’esercizio della professione.

Quello di Angrisani, e mi avvio alla conclusione, era un giornalismo oggi scomparso sotto l’incalzare dei social e delle fake news. Era il giornalismo del rispetto delle fonti e delle persone. Dell’autonomia professionale e della schiena diritta. Dell’orgoglio della narrazione.
Svolto nei tempi difficili del nostro Paese. Dal terremoto dell’Irpinia nel 1980, con circa tremila morti, al sequestro Cirillo, al caso Tortora, al delitto Grimaldi, all’omicidio di Giancarlo Siani, giovane e coraggioso cronista impegnato nella lotta contro i clan camorristici. Il giorno in cui questo accadde ci ritrovammo tutti
insieme vicino a Franco Angrisani per testimoniare non solo lo sconforto, ma la solidarietà per la perdita di uno di noi.

Angrisani aveva ottenuto il riconoscimento dall’Ordine dei giornalisti per il mezzo secolo di attività. Ne andava fiero, ma riservato come era, non fece mai trapelare la sua emozione. Con lui furono premiati, nell’aprile del 2009, Gianni Letta, Maurizio Costanzo, Tito Stagno, l’avellinese Biagio Agnes, mitico direttore generale della Rai, e altre illustre firme del giornalismo italiano.
Un giorno gli chiesi: cosa resta del tuo legame con l’Irpinia?
Mi rispose: “Ho lasciato passo di Mirabella quando avevo 17 anni ma non ho mai reciso il legame con la mia terra. Lì c’è la mia casa, ci sono i miei familiari e pur stando lontano seguo con attenzione le
vicende della mia terra”.

Sono convinto che Franco continua a farlo anche stando nel mondo dei più.