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Buongiorno

07.04.2018 - Buongiorno Irpinia

Industria Italiana Autobus: se a guadagnarci è solo Del Rosso

Buongiorno, Irpinia.
Scusate il tono un tantino irriverente ed altrettanto volgaruccio della domanda: ma quanto cazzo di tempo deve ancora passare perché qualcuno chieda finalmente conto a chi di dovere dei destini immaginati per lo stabilimento della Industria Italiana Autobus di Valle Ufita?

Quelli ai quali bisognerebbe chiedere lumi sono, evidentemente, il presidente della “IIA”, Stefano Del Rosso, e il ministro dello Sviluppo Economico.

I soggetti che dovrebbero avvertire il dovere di pretendere spiegazioni sono: il presidente della giunta regionale della Campania, Vincenzo De Luca, che si è prodigato non poco per sostenere il decollo dello stabilimento; il Sottosegretario alle Infrastrutture, Umberto Del Basso de Caro, che pure si è interessato alla vicenda; il nutrito neo-gruppo parlamentare irpino dei Cinque Stelle; il presidente della Provincia, Domenico Gambacorta, quale massimo rappresentante istituzionale elettivo del territorio; il presidente di Confindustria irpina, Giuseppe Bruno; e infine le diverse sigle sindacali che da anni si battono per la sopravvivenza della fabbrica.

È importante che si abbiano informazioni precise ed urgenti sull’azienda di Valle Ufita perché, come ho anticipato circa tre settimane fa su Orticalab, l’Asi è interessata a ricomprare i suoli non utilizzati dalla IIA e il presidente di questa società, Del Rosso, è ben disposto a cederli in vista d’un ricavo che si aggira sui dieci milioni di euro.

La storia che vi sto raccontando sarebbe un affare squisitamente privato se non fosse per alcuni dettagli di evidente interesse pubblico.

Il primo è che l’intera area su cui sorge l’ex stabilimento di proprietà Fiat, poi ceduto alla IIA, era originariamente destinata ad uso agricolo e fu espropriato e infrastrutturato dall’Asi proprio per far sorgere la fabbrica di autobus. Non si è mai capito perché, a fronte d’una richiesta di tanto suolo, Fiat ne abbia poi lasciati inutilizzati, come si diceva, oltre un milione di metri quadrati. In ogni caso, l’Asi cedette a Fiat quell’immenso lotto ad un prezzo praticamente simbolico.

L’interesse pubblico d’una fabbrica che avrebbe dato lavoro a tantissima gente era un motivo più che valido per fare un “regalo” al colosso industriale torinese.

Così come generosissimi regali – e siamo al secondo dettaglio - furono i diversi finanziamenti a fondo perduto di cui la Fiat ha potuto godere negli anni per le ristrutturazioni dello stabilimento, le grandi commesse pubbliche assicurate dai governi amici, le concessioni di cassintegrazione intervenute ogni qualvolta le citate commesse pubbliche mancavano.

Il terzo dettaglio è che Fiat ha ceduto alla IIA stabilimento e suoli mai utilizzati al prezzo simbolico di un euro: avete letto bene, un solo euro, cento centesimi di euro, il costo di un giornale quotidiano locale, una tazzina di caffè - con il resto di venti centesimi - servita al banco.

Tanto fu possibile, circa quattro anni fa, non perché la Fiat fu colta da un impeto d’altruismo: stabilimento e suoli annessi avevano un costo di mercato di circa sessanta milioni di euro, soltanto un pazzo lucido poteva fare una cosa del genere. Fiat, come si sa, non è affatto pazza ma lucida (per gli affari) certamente sì: la sua “exit strategy” era di liberarsi dello stabilimento e di mantenere buoni rapporti con il Governo italiano. E poiché, a sua volta, il Governo italiano voleva garantire un futuro alle diverse centinaia di lavoratori irpini finiti sul lastrico grazie a Fiat, il Sottosegretario pro tempore alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, mediò la cessione a costo zero di stabilimento e suoli al primo (non) industriale che si trovò da quelle parti, cioè a Del Rosso.

Ora, come si diceva, il proprietario originario di quei suoli, che è l’Asi, cioè un ente pubblico, vuole ricomprarli perché ha diverse richieste d’insediamento in un’area che peraltro rientra nelle Zes (Zone economiche speciali) definite dalla Regione Campania.

Morale (pubblica) della bella favola di Stefano Del Rosso: compra a un euro uno stabilimento per il quale ottiene anche un lauto finanziamento pubblico a fondo perduto, ma del futuro della fabbrica, e quindi dei lavoratori, non si dà alcuna garanzia; sempre al costo del suddetto euro ottiene anche un milione e 100mila metri quadrati di suoli dei quali è disposto a rivenderne 600mila metri quadrati intascando 10 milioni di euro; non avendo vincoli di alcun genere con nessuno, dopodomani può chiudere i cancelli della IIA, mettere in banca il tesoretto “pubblico” sul quale è inciampato a sua insaputa e vivere da pascià spendendo soltanto gli interessi.

La domanda è: in questa storia di natura pubblica c’è o non c’è sufficiente materia, ancora di carattere pubblico, perché qualcuno si decida a chiedere a chi di dovere chiarimenti esaustivi circa il destino che attende lo stabilimento di Valle Ufita e i suoi lavoratori? Tutto qui.