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Buongiorno

29.09.2017 - Buongiorno Irpinia

L’Isochimica e quel “No” di Don Ciotti alla cittadinanza onoraria di Avellino

Buongiorno, Irpinia.
Ne hanno scritto ieri i giornali irpini. Il sindaco di Avellino, Paolo Foti, ha offerto la cittadinanza onoraria di Avellino a Don Luigi Ciotti, che ha risposto con un cortese “No, grazie!”.
Diciamolo subito e correttamente: non è un No per sempre, è un No per ora. Il fondatore di Libera ha detto di voler attendere la conclusione del processo di Isochimica prima di accettare l’onorificenza, che comunque intende far intestare all’Associazione contro i soprusi delle mafie che egli presiede.

Fin qui la notizia. Io credo sia molto significativo, al di là di ciò che appare, quel No di Don Ciotti. Se ne può meglio interpretare il senso attraverso un passaggio del suo intervento all’incontro organizzato da Libera, ieri l’altro nel capoluogo, sul tema: “Avellino, binario morto. Verità, giustizia e speranza per l’Isochimica”.
La frase integrale pronunciata da Don Ciotti è: “Prenderemo la cittadinanza onoraria a nome di Libera, non mio. Ma solo quando il processo Isochimica sarà concluso. C’è ancora bisogno di verità, e per averla ci vuole giustizia”.

Perché il presidente di Libera congela l’onorificenza offertagli dal Comune? Quale può mai essere il nesso tra la fine del processo Isochimica e l’accettazione del titolo di Cittadino onorario di Avellino?
Una risposta plausibile si potrebbe rinvenire nelle carte processuali. Il Capo della Procura, Rosario Cantelmo, ed il suo staff hanno lavorato sodo sul caso-Isochimica. Questa è l’inchiesta simbolo del Procuratore Cantelmo. Perché egli ha chiesto ed ottenuto il processo per una varietà di soggetti, privati e istituzionali, che ha ritenuto a vario titolo responsabili di quella che è stata efficacemente definita la “mattanza di Borgo Ferrovia”. È un processo agli avvelenatori diretti degli operai della fabbrica “sfasciacarrozze all’amianto” e dell’aria di quel quartiere cittadino, ma anche ai loro complici delle istituzioni locali, innanzitutto sindaci e assessori e consiglieri comunali dell’epoca: poco importa se consapevoli o meno, anzi sarebbe ancor più grave se fossero inconsapevoli, di ciò che accadeva all’ Isochimica.

“C’è ancora bisogno di verità, e per averla ci vuole giustizia”, dice Don Ciotti. È qui, nella necessità di sapere la verità giudiziaria sul se e in che misura l’istituzione Comune di Avellino, attraverso i suoi rappresentanti, sia stata o meno complice degli avvelenatori, la condizione che Don Ciotti pone per poter accettare la cittadinanza onoraria. Egli non accetterebbe di diventare Cittadino onorario di una Istituzione Comune che si fosse resa corresponsabile dello scandalo Isochimica.
È una testimonianza del concetto di purezza della legalità, quella di Don Ciotti, che non si potrebbe non sottoscrivere. E d’altra parte, per uno che si è detto felice di dedicare la propria vita “a saldare la terra con il cielo”, non poteva essere diversamente.