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Buongiorno

15.06.2018 - Buongiorno Campania

La nuova Questione Meridionale secondo De Luca

Una giornata di confronto a Napoli, mercoledì scorso, tra i Governatori delle regioni del Sud Italia.

Il grande merito politico dell’iniziativa di Vincenzo De Luca consiste nell’aver rilanciato di fatto la Questione Meridionale mettendo da parte i massimi sistemi e puntando (per ora) esclusivamente sul tema immediatamente più sensibile: il lavoro.

Più esattamente, il lavoro nella Pubblica Amministrazione. Per raggiungere, insieme, due obiettivi: svecchiare la macchina burocratica e dare lavoro ai giovani. È il suo vecchio progetto (vecchio di meno d’un anno, in verità) delle 200mila assunzioni nella PA del Sud.

Si tratta, a conti fatti, del numero di posti necessari per coprire il fabbisogno complessivo delle piante organiche del territorio meridionale nei prossimi tre anni. Un’idea che doveva (e deve), va da sé, camminare sulle gambe delle norme vigenti; ma che era stata per altre ragioni snobbata da due ministri del Governo Gentiloni: Carlo Calenda e Claudio De Vincenti. Secondo i quali, il lavoro al Sud lo devono creare le imprese e non lo Stato. Una boutade paradossale, dal momento che De Luca aveva parlato e sta parlando d’altro, ossia di lavoro nella PA: a meno che Calenda e De Vincenti non immaginino che la macchina statale, in tutte le sue articolazioni centrali e periferiche, possa funzionare senza personale.

La novità politica di rilievo, si diceva, è il diverso metodo utilizzato da De Luca per rilanciare la Questione Meridionale. Questa volta non si parte dal centro, dal Governo nazionale o dalle forze politiche di maggioranza o di opposizione presenti nel Parlamento. Si parte da qui, dalle “periferie” dello Stato. Ma facendo rappresentare le periferie dai massimi livelli istituzionali locali, ossia dai presidenti delle regioni del Sud. E lo si fa coinvolgendo tutti i presidenti, indipendentemente dal colore politico di appartenenza, per sottolineare senza ambiguità che l’obiettivo comune e imprescindibile è di far contare di più il Mezzogiorno d’Italia, quale che sia il governo nazionale.

È stato lanciato un macigno nello stagno. Eccolo qui il grande merito politico di De Luca. Egli ha tentato in tutte le lingue di far capire al suo partito (ma lo è ancora?), il Pd, che era stata persa ogni sintonia con la realtà: che a Roma come a Napoli e a Milano, e a tutte le latitudini da Bolzano a Canicattì, il Partito Democratico parlava una lingua – quando parlava – che nessuno capiva più, perché lontano dalle fabbriche e dalla scuola, dagli ospedali e dalla povertà, dalla borghesia e dalle masse popolari. Nessun ascolto, fino al corto circuito del 4 marzo.

Ora c’è questa iniziativa. Una novità. Una speranza. Chissà. Di certo hanno sbagliato, e non poco, i ministri Cinque Stelle Di Maio e Lezzi a declinare l’invito del Governatore della Campania. De Luca ha non poche cose da farsi perdonare proprio dal giovanissimo Vice Premier di Pomigliano: certe intemperanze caratteriali, che troppo spesso degenerano nelle offese, andrebbero decisamente corrette. Ma altro sono gli scontri personali, e nessuno si sognerebbe di chiedere a Di Maio di porgere l’altra guancia anziché replicare con un calcio negli stinchi (di De Luca). Altro sono i rapporti istituzionali. Tanto più, come nella fattispecie, se si tratta di rapporti istituzionali per dare una mano al Sud (e alla Campania in modo particolare).