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Buongiorno

01.07.2017 - Buongiorno Italia

Matteo Renzi ha ragione, checché ne dicano gli “Ex”

Buongiorno, Italia. Sono fermamente convinto che Matteo Renzi è stato e resti una grande opportunità per il nostro Paese oltre che per il rilancio e la crescita del Partito Democratico.
L’ho votato alle recenti Primarie e a quelle precedenti. Voterò Pd alle prossime politiche e spero che il candidato Premier del Pd sia Matteo Renzi, indipendentemente da se il Pd si presenterà da solo o in coalizione.

Aggiungo, per completezza di confidenza, di essere distante anni luce dalla mentalità e dalla cultura politica dei “rampolli renziani” della prima ora, quelli alla Luigi Famiglietti per intenderci, perché sono convinto che il loro vuoto di pensiero politico – o pensiero politico vuoto, scegliete voi – sia dannoso per Renzi, per il Pd e per il territorio in cui operano.
Appongo, infine, la firma autografa sotto la seguente postilla: Matteo Renzi ha commesso non pochi errori ma, per le doti politiche ed intellettuali che ha dimostrato d’avere, merita una prova d’appello senza condizionamenti e senza sgarri.

E siamo al punto. Le elezioni amministrative sono andate malissimo, non male, per il Partito Democratico. E sono andate così per una serie di ragioni contingenti che soltanto una buona dose di disonestà intellettuale può far risalire all’ex Premier. Fa specie, perciò, sentir cantare tanti galli Pd sulla monnezza, peggio ancora quando incoraggiano il coro di quelli che vigliaccamente hanno lasciato il Pd e che contro il Pd tramano soltanto per far fuori Renzi.
Non ci sono riusciti attraverso l’esercizio della politica, ci stanno provando con l’arma meno convenzionale della buona politica: le congiure di palazzo, i tradimenti, i trasformismi, la calunnia.

Ci sono diverse circostanze, al riguardo, che dovrebbero far riflettere.
Senza mettere nel conto le “grandi imprese” di Massimo D’Alema, politico intelligentissimo e fine, ma anche “recidivo” affossatore di leader del suo stesso partito dal Pci in poi, cito per tutte la circostanza – chiamiamola così – degli ex.

L’ex Premier Enrico Letta, sfrattato da Palazzo Chigi dopo una prova di governo non proprio esaltante, dapprima dichiara di aver chiuso con la politica italiana e se ne va ad insegnare a Parigi, incarico di grande prestigio pienamente meritato. Poi, appena gli capita l’occasione, rispunta tra le Alpi e giù una valanga di gelide dichiarazioni contro Renzi dal Referendum a seguire fino all’altro ieri. Comparse televisive, interviste sui maggiori quotidiani, tweet e quant’altro fa brodo per togliersi sassolini e pietre dalle scarpe. Tutto comprensibile, per carità. Ma è quanto meno da ipocriti far passare per “posizione politica” un atteggiamento “personale” che più “particulare” di così non si potrebbe. Letta aveva avuto una grande opportunità per dichiarare la sua posizione politica circa il Pd: partecipare alle Primarie, competere con Renzi e con gli altri due – Orlando ed Emiliano – scesi coraggiosamente in campo per dire la loro, affermare – quella sì – una posizione politica e su di essa chiedere consenso. Invece no: l’ex Premier ha scelto la strada del “disturbatore” a giorni alterni, un po’ a Parigi un po’ da queste parti.

L’altro ex – segretario Pd non Premier – è Pierluigi Bersani. Politico di grande spessore culturale e persona certamente perbene. Tuttavia, come Letta, anch’egli a covare odio contro Renzi. Il quale non lo ha sfrattato da Palazzo Chigi, perché lì Bersani s’è fermato davanti al portone, quando non gli è riuscito di formare il governo lasciandosi perfino snobbare dai grillini. L’odio nei confronti di Renzi nasce dal fatto che in tanti, troppi ex comunisti è rimasta ed è inamovibile la convinzione di essere maggioranza anche quando i numeri “democratici” dicono che sei minoranza. Sicchè scatta in essi uno strano meccanismo che andrebbe studiato più sul lettino di Freud che dai politologi: o la maggioranza del partito si adegua a loro che sono minoranza oppure loro se ne vanno e fondano un altro partito. A sinistra è accaduto spesso: il risultato è scritto nella storia del secolo scorso e dell’inizio del secolo attuale, e racconta del progressivo indebolimento di “quella” sinistra: in Italia, in Europa e nel mondo. Bersani – il quale aveva giurato che mai e poi mai avrebbe lasciato la ditta – se n’è andato dal Pd, ha tentato e sta tentando di distruggere il Pd pur di distruggere Renzi. Vi pare, quella descritta, una “posizione politica” o non è, piuttosto, un altro atteggiamento “personale” alla Letta?

Alla fine, sorpresa delle sorprese, arriva un altro ex, anch’egli appartenente all’elenco delle vittime, non di Renzi, ma del solito D’Alema: sarebbe diventato, come meritava, Presidente della Repubblica, e invece – zac! – anche il padre dell’Ulivo, Romano Prodi, viene impiccato dal recidivo affossatore di leader. Perso il Quirinale, si allontana dalla politica attiva, non rinnova la tessera del Pd, fa tante cose egregie da par suo, in Italia e in Europa. Ma un bel giorno, “rieccolo”: dice di essersi adagiato in una tenda vicino al Pd. Vuole ascoltare, vedere, e poi dire la sua. Si dirà: ma non si era allontanato per sua scelta dalla politica? Sì, che si era allontanato. Epperò tutti gli ex hanno in comune una regola non scritta: prima o poi avvertono il bisogno irresistibile di tornare. E Prodi, con tutto il rispetto, non è diverso dagli altri. E non tarda, com’era prevedibile, ad esporre il suo progetto: bisogna rifare l’Ulivo, rimettere insieme i cocci con il Vinavil, pretendendo che Matteo Renzi – segretario del Pd rieletto alle Primarie con il 69 per cento dei consensi – tratti alla pari e possibilmente anche meno con il rispettabilissimo Professor Pisapia. Il quale – a sua volta – pretende che Renzi tratti alla pari, e possibilmente anche meno, con D’Alema e con Bersani, ovvero con quelli che hanno sbattuto in faccia a Renzi la porta del Pd e si sono accampati sotto un’altra tenda dichiarando guerra al Pd, dunque a Renzi democraticamente rieletto segretario del Pd. Non solo. Giacché si trova a buttarla lì, Pisapia dice anche che Prodi sì che sarebbe un ottimo candidato Premier del nuovo centrosinistra. Più provocazione di così ci sarebbe soltanto il proverbiale “Tif”, acronimo di “Trattamento ittico facciale”, ovvero presa a pesci in faccia.

Accade che Renzi, il quale notoriamente non è del tutto scemo, capisce che questa bella gente – con la scusa del centrosinistra inclusivo di qua e il centrosinistra tipo Ulivo di là – altro non vuole che preparargli un funerale coi fiocchi. E naturalmente si difende. E naturalmente dice, anche molto educatamente in verità, che queste formulette sono anacronistiche, comunque marginali rispetto alle vere priorità: le risposte possibili alle emergenze lavoro, giovani, fasce deboli, immigrati e tanta altra roba di sinistra che la sinistra di governo dei D’Alema e dei Bersani non è riuscita nemmeno a mettere seriamente in agenda e che con il Governo Renzi la semina l’ha fatta, come dimostra il raccolto dei primi frutti documentato dagli ultimi dati sulla crescita e sulla disoccupazione.

Renzi reagisce per legittima difesa, dunque, ed è a questo punto che Prodi annuncia di aver rimesso la tenda nello zaino e di essersi spostato più in là rispetto al Pd, stimolando l’incontenibile solidarietà del pavido Franceschini: che ora lascia intendere, addirittura, di voler “riaprire” il congresso celebrato appena 50 giorni fa e che lo aveva visto tra i notabili che si erano maggiormente spellati le mani per applaudire e incoronare Matteo Renzi.
Ma ci facciano il piacere.