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Buongiorno

20.08.2017 - Buongiorno Irpinia

Pino Rosato e la Sanità irpina. Da quale pulpito….

Delle polemiche, a mio giudizio infondate e parecchio demagogiche, sull’adeguamento secondo legge dei direttori generali di aziende ospedaliere e Asl campane, ho scritto un lungo commento per l’edizione odierna di Orticalab.
Qui voglio riprendere, in rapida sintesi, il senso delle cose dette, in una intervista pubblicata ancora su Orticalab, dal presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Avellino, Pino Rosato.
Per stare nella metafora, egli ha diagnosticato tempi malaticci per la Sanità irpina. Ha raccontato delle difficoltà in cui versa l’Ospedale “Moscati”, del quale è stato direttore generale per oltre dieci anni, a causa soprattutto della carenza di personale; e della necessità di metter mano con maggiore impegno alla medicina sul territorio, filtro importantissimo per la migliore funzionalità anche degli ospedali.

È un’analisi che non si può non condividere. Anche perché, oggettivamente, è un tantino scontata. Se ne parla da anni, e il vero problema è che non si è mai passati dalle parole ai fatti.
Rosato ha anche fornito la sua terapia, chiamiamola così, politica: “Il Governatore – ha detto – è lì da due anni e la rivoluzione non l’ha fatta ancora”.
Io credo che Rosato dica una cosa giusta, anche perché dice, ancora una volta, una cosa un tantino scontata. Ciò che Rosato non dice, però, è in quale condizioni De Luca ha trovato la Sanità della Campania, a cominciare da quella irpina, e di chi ne è la responsabilità. Le rivoluzioni, infatti, richiedono tempo. E il tempo necessario dipende proprio dal degrado in cui i precedenti “regimi”,- o, se preferite, le precedenti culture politiche – hanno ridotto una determinata realtà territoriale.
Ma, forse, più di tanti discorsi “ampi ed articolati”, come si dice in politichese, basta un esempio pratico per smontare il pulpito da cui viene la predica del presidente dell’Ordine dei Medici.
Egli è stato per oltre dieci anni – ricordavo – direttore generale proprio di quell’azienda ospedaliera d cui narra le grandi sofferenze per chissà quale responsabilità soprannaturale o semplice complotto terreno. Ebbene, in due lustri, l’ex direttore generale Rosato non ha fatto svolgere il concorso di primariato della cardiologia, Unità operativa complessa che precedentemente egli stesso aveva retto succedendo all’impareggiabile compianto Rotiroti.
Dieci anni per una banalissima procedura concorsuale che l’attuale direttore Percopo ha portato a compimento nel giro di pochi mesi. È evidente che Rosato non abbia “voluto”, non che non abbia “saputo”, far fare il concorso per primario cardiologo. Non è stata una questione di “capacità”, insomma, ma di “volontà”. Ovvero di “mentalità”, di “cultura” politico-sociale prima ancora che sanitaria.

Naturalmente, mi risparmio di sparare sulla croce rossa riaprendo, almeno in questa sede, la vicenda inquietante del bar della Città Ospedaliera, consumatasi anch’essa durante la gestione Rosato, e sulla quale le anime pie della politica irpina, perfino quelle più oltranziste, se ne stanno buone e zitte, quasi a voler esorcizzare il rischio di poter disturbare i Signori storici della politica e della Sanità irpina.
Basta e avanza l’esempio della “cardiologia congelata” per comprendere quanto sia complesso fare le rivoluzioni in un sistema malato con le sole cure farmacologiche. Qui, per fare presto, servirebbero interventi chirurgici a cielo aperto: tagliare, tagliare, tagliare. Tagliare tutte le teste che contengono la cultura concorsuale dell’ex direttore generale Rosato.