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Buongiorno

01.05.2018 - Buongiorno Irpinia

Primo Maggio: c’è molto da poco da festeggiare

Buongiorno, Irpinia.
Checché ne dica Matteo Renzi, che ancora rivendica i successi del suo governo, senza mancare di sputare veleno sul precedente esecutivo ed ora perfino su quello di Gentiloni, gli ultimi numeri sulla disoccupazione rassegnati dall’Istat non raccontano nulla di buono, soprattutto per il Mezzogiorno d’Italia e per la Campania in modo particolare.

In Irpinia, pensate, la disoccupazione giovanile è ben oltre il cinquanta per cento, mentre incerto resta perfino il futuro prossimo degli occupati nel tessuto industriale di questo territorio.

Ma oggi è la Festa dei Lavoratori. Si dovrebbe, appunto, far festa almeno pensando a coloro che il lavoro ce l’hanno. E qui, purtroppo, si apre un altro capitolo drammatico, che ben conosce il sindacato, ma che il potere politico-istituzionale fa finta di ignorare.

Irpinia è Campania. E Campania è Sud. Il fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori dalle nostre parti ha raggiunto dimensioni insopportabili. Non se ne parla perché qualcuno pensa di poter esorcizzare il problema affidandosi al silenzio? Magari fosse così. Sarebbe già una strategia: irrazionale, inconcludente, addirittura offensiva quanto si vuole, ma sarebbe una strategia.

Le cose stanno diversamente. Nessuno denuncia i salari da fame che diffusamente vengono concessi, nelle attività commerciali ma non solo, per il timore che i “padroni” (ahimè, esistono ancora!) consumino le loro vendette licenziando. Tanto – è il loro ragionamento – c’è tanta gente a spasso che la domanda di lavoro di certo non manca.

Non denuncia il sindacato e men che meno denunciano i diretti interessati. Per la medesima ragione.

Certo, è facile parlare quando il problema è degli altri. Ma ci siamo mai chiesti perché nel Nord Italia, per non dire degli altri Paesi avanzati d’Europa, non funziona così? È vero: lì c’è maggiore offerta e quindi diminuisce la difficoltà di trovare lavoro. Però il motivo di fondo è un altro: è che lì c’è più consapevolezza dei propri diritti. In altri termini – e nessuno si offenda – lì c’è più civiltà.
Intanto il tempo passa e la mentalità non cambia. Il rischio è la rassegnazione ad un certo andazzo che a lungo andare diventa cultura – o meglio: subcultura – del lavoro. I diritti, insomma, che vengono interpretati e vissuti come concessioni.

Così, senza accorgersene, si va verso l’abbrutimento della propria vita. Ci si abitua ad una condizione che una volta veniva chiamata schiavitù.