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Buongiorno

05.08.2019 - Buongiorno Campania

Regionali Campania 2020, quei sondaggi sono carta straccia

Al pari delle ostentazioni di tanti presunti ricchi, anche in politica non è tutto oro ciò che luccica.

In vista delle elezioni regionali, dagli ambienti del centrodestra è cominciata da qualche tempo l’esibizione, pavoneggiante e compiaciuta, dei sondaggi sulle intenzioni di voto. Si tratta di numeri, assolutamente presunti, che vengono invece restituiti dagli attori di quel versante politico come la prova di una vittoria ormai ineluttabile.

A smentire le tracimazioni di ottimismo di grandi, medi e piccoli ras del “centrodestra unito”, che poi in Campania (ma non solo) è più disunito che mai, ci pensano gli accadimenti degli ultimi venti giorni che hanno vivacizzato, ad esempio, il dibattito dentro Forza Italia.

E infatti, quando sembrava che Berlusconi avesse trovato la terapia giusta per un partito non proprio in ottima salute, delegandone la riorganizzazione a due coordinatori nazionali, Carfagna e Toti, eccoti servito a metà settimana il varo di un “direttorio” di cinque membri, in sostanza la sconfessione della cura appena prescritta dal Primario di Arcore.

Risultato: Giovanni Toti – il quale, non dimentichiamolo, è il Governatore della Liguria, non un consigliere comunale di Sant’Angelo a Scala – ha sbattuto la porta e ha detto addio a Berlusconi; Mara Carfagna – la quale, non dimentichiamo nemmeno questo, è una delle figure più apprezzate di Forza Italia – è rimasta educatamente sull’uscio, ma non ha esitato a sottolineare il rischio di messa in liquidazione del partito.

Per stare alla realtà della Campania, ha provveduto il deputato Paolo Russo a descrivere impietosamente, ma con grande realismo politico, i possibili effetti collaterali sul centrodestra del nuovo farmaco che Berlusconi ha deciso di sperimentare in Forza Italia: “Quando un partito veleggia verso il 5 per cento e ci mette alla guida 5 coordinatori, cioè uno per ogni punto percentuale, non rasenta il ridicolo, lo ha già superato”.

Insomma, per farla breve, se in Campania il centrodestra unito vien dato al 40 per cento, vittoria già in tasca e bla bla bla, calcolando Forza Italia al 10, mentre i numeri son quelli al ribasso paventati da Russo e “compagni”, è del tutto evidente che i conti non tornano, a meno che non si voglia accreditare la Lega al 30 e concedere un generosissimo 5 a Fratelli D’Italia.

Purtroppo per il centrodestra, non è così che stanno le cose. Le cose potevano stare così quando si immaginava che Forza Italia mantenesse in Campania il suo zoccolo duro. Ma, soprattutto, potevano stare così quando ancora non era scoppiata – come invece è finalmente scoppiata, ed era ora, bontà di Dio – la questione “Autonomia differenziata”. Sulla “tragedia” Autonomia si è svegliato il sindacato unitario, si è svegliata la sinistra a sinistra del Pd. Pensate: si è svegliato perfino il Pd regionale, circostanza che equivale a tre quarti di miracolo, considerata la filosofica e irrecuperabile sonnolenza di esponenti di primo piano del partito. Si pensi, ad esempio, al segretario campano Leo Annunziata.

In qualche misura – ma questa specie politica va presa opportunamente con le pinze – si sono svegliati anche i 5 Stelle, Luigi Di Maio in testa. Hanno dormito per 8 mesi, da quando cioè – a dicembre scorso – il Governatore De Luca per primo lanciò l’allarme sui rischi del modello di Autonomia disegnato dalla Lega. In tutto questo tempo, i 5Stelle se la son presa molto comoda, forse perché non avevano ancora capito il problema, mentre De Luca ha combattuto pancia a terra, riuscendo di fatto a mettere in crisi il percorso istituzionale già bell’e definito dai Governatori leghisti di Veneto e Lombardia, Zaia e Fontana, complice il collega pd dell’Emilia Romagna, Bonaccini: un percorso che se fosse giunto in porto con quel modello di Autonomia avrebbe dato il colpo di grazia ad un Mezzogiorno già in coma.

Attenzione, però: il rischio è ancora altissimo, perché la partita resta aperta a tutti i risultati, e potrebbe essere proprio il modello di Autonomia sostenuto dalla Lega, se i 5 Stelle non svendono il Sud, la causa d’implosione del governo gialloverde. Perché è qui il vero tallone d’Achille delle politiche di Matteo Salvini per il Mezzogiorno d’Italia.

Egli ha tolto la parolina “Nord” dal simbolo della Lega, ma il Dna anti-Sud è rimasto integro. Il modello di Autonomia di Zaia e Fontana ne è la prova plastica. E Salvini è ora al bivio: non può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se accontenta Zaia e Fontana, conserva intatto il suo serbatoio di voti al Nord ma ne perde in abbondanza al Sud. E poiché l’orientamento strategico di fondo è di tenersi buono e stretto il Nord, giocoforza quella sorprendente (e di per sé già innaturale) percentuale di consensi al Sud è destinata a sgonfiarsi.

Per quanto paradossale possa apparire, allora, mai come in questa congiuntura politica i sondaggi sulle intenzioni di voto in Campania (risalenti a qualche mese fa), che effettivamente davano il centrodestra viaggiare verso il 40 per cento, sono inattendibili. E lo sono perché fortemente viziati dalla imprevedibilità dell’effetto “Autonomia”. La quale soltanto da pochissimo tempo è diventata materia di discussione politica diffusa anche a livello locale.

In altri termini, è verosimile che via via cresca nell’elettorato della Campania la consapevolezza che la Lega di Salvini, rispetto agli interessi concreti del Sud, non è affatto cambiata al confronto con quella di Bossi. Detta altrimenti, “terroni” eravamo e tali siamo rimasti; con il trucco della “spesa storica” dei servizi siamo stati trattati per decenni e allo stesso modo intendono continuare a trattarci. A meno che i meridionali non vogliano passare per masochisti, e goderne perfino, non si capisce per quale motivo la Lega potrà ancora avere un qualche motivo di esistenza dalle nostre parti.
Tradotto significa che, contrariamente a quanto si immagina, l’evoluzione delle dinamiche politiche in Campania sta orientando verso il centrosinistra le maggiori probabilità di vincere le elezioni. Non che la strada sia in discesa. Tutt’altro. Ma quella che fino a poco tempo fa appariva un’impresa disperata, ora si profila come un traguardo non agevole ma decisamente alla portata di De Luca.

Tuttavia, il Governatore deve fare i conti con non poche insidie. Le più temibili sono di tre nature – politica, psicologica, trasformista – e sono tutte interne al centrosinistra.
Quella politica è rappresentata da una parte del variegato mondo a sinistra del Pd. Qui De Luca non è amato. E questa non è una novità. Se al disamore si aggiunge la vocazione al suicidio d’una certa sinistra, quel voto è destinato a disperdersi: o meglio, a non andare certamente a destra, ma comunque a sottrarre consensi al centrosinistra. Difficile porvi rimedio: dalle parti di Sinistra Italiana, o si fa come dicono loro oppure è il diluvio. Potrà avere una qualche chance di successo l’appello alla “ragion politica” contro la tanto declamata (specie a sinistra) “deriva populista e sovranista” bla bla bla? In teoria potrebbe. Epperò come la curiamo la vocazione suicida?

L’insidia di natura psicologica è rappresentata dagli umori di non pochi cacicchi, consiglieri regionali in prima fila, equamente distribuiti tra le varie formazioni di centrosinistra, in special modo di centro, che non osano sfidare il rischio della sconfitta, insito in ogni difficile battaglia elettorale, e sono orientati ad attendere fino all’ultimo momento utile prima di scegliere a quale schieramento aderire.

La terza insidia, quella dei trasformisti, è ancora più pericolosa. Perché fonda la sua ragion d’essere dell’ultimo minuto utile, non sul rischio più o meno calcolato di vincere o perdere, ma sul più classico, e insieme più volgare, “do ut des” calato nella logica di mercato: do affinché tu dia, ma se l’altro mi dà di più vado con lui. Patti di Marano insegnano.

De Luca non ha di certo bisogno dei nostri consigli. Epperò ci permettiamo di rassegnarne uno, a titolo squisitamente “accademico” (se i professoroni e gli intellettuali della Magna Grecia ce lo fanno passare) più che a titolo gratuito. È il seguente. De Luca provveda qui e subito, senza perdere nemmeno un attimo di tempo, a presentare il suo “Manifesto elettorale”. Chieda e qui subito, prima che comincino i giochini psicologici e trasformisti, l’adesione al suo Manifesto. Faccia impegnare qui e subito, senza ulteriori indugi, nomi e cognomi dei Tizio e dei Caio che vogliono stare in squadra, pena l’esclusione oltre il termine congruamente fissato a fine ottobre. Renda pubblica entro quel termine la sua coalizione completa della lista dei candidati.

Sarà un modo limpido e trasparente per informare gli elettori della Campania, naturalmente sulla base del resoconto delle cose fatte o in corso d’opera e del cronoprogramma delle cose che si vorranno fare. Sarà una sfida “costruttiva” per ammorbidire o addirittura vincere lo scetticismo della parte di sinistra che non lo ama. Sarà un mezzo efficace, anche perché pubblico e preventivo, per contenere le tante, troppe spinte opportunistiche e trasformistiche che avviliscono l’etica e la moralità della politica.