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Buongiorno

06.03.2017 - Buongiorno Irpinia

Sindaco Foti, si “dimetta”! Ma dal marciume che La circonda

Buongiorno Irpinia. Questa è una lettera aperta al sindaco di Avellino, Paolo Foti.

Caro Paolo, scusami se ti chiamo per nome e ti do del “tu” come ai tempi della nostra sincera amicizia, interrotta – lo sai bene – per tua colpa grave.
Ti do del tu e del caro perché, a differenza dei tanti commenti aspri che ho dedicato al sindaco Foti dalle colonne di Orticalab, ora voglio parlare all’uomo Foti. E non a caso lo faccio dal mio Blog.
Sarò breve, Paolo.
Ho ascoltato la tua intervista a Marco Staglianò su Irpinia Tv. Ti confesso che ne sono rimasto impressionato.
Marco è stato bravissimo a provocarti con toni misurati ma molto incisivi, senza mai indulgere né al pregiudizio né all’accondiscendenza: è giornalista di ottima razza, non farebbe un torto al “mestiere” nemmeno sotto tortura.
Più che difenderti – ed è questo che mi ha impressionato – tu hai preferito spiegare. E’ la prima volta che lo fai dai tempi della campagna elettorale che ti portò a Piazza del Popolo. All’epoca eri genuino ed umile. Avevi una gran voglia di fare: poche idee ma chiare. Ed eri una garanzia per la città: rigoroso, onesto, trasparente. Poi la carica ti ha dato alla testa. Non hai capito cosa ti stava succedendo intorno, quante serpi, capaci di quali veleni, si annidavano nel tuo ambiente, dalla casa comunale alla casa del Pd in via Tagliamento. Ti sei lasciato usare e umiliare. Hai reagito contro le persone sbagliate. Soprattutto, hai tentato, invano, di mettere insieme con la saliva cocci ormai irrecuperabili.
Eppure, caro Paolo, un bel giorno ti sei svegliato dal letargo della mente indotto dalla vanità del potere. Ed hai avuto chiara e netta la percezione del clima immondo in cui eri stato immerso e dal quale ti sentivi ormai sommerso. E mi cercasti. E mi chiedesti cosa ne pensassi dell’idea di dimetterti. Ti risposi come sentivo che dovessi rispondere ad un amico: niente dimissioni, sarebbero apparse una fuga dalle responsabilità, un atto vile, un tradimento egoisticamente consumato a danno della città. Ma tu eri furibondo. Ce l’avevi con le persone che avevi ritenuto amiche, ce l’avevi con Gianluca Festa, ce l’avevi soprattutto con il Pd che ti aveva lasciato le spalle scoperte, esposte alle pugnalate della tua stessa maggioranza. Eri distrutto – ricordi? – quel pomeriggio al bar Moccia, due giorni dopo l’altro incontro, e mi dicesti che avevi deciso “irrevocabilmente” per le dimissioni. E mi chiedesti – come “ultima cortesia” – di aiutarti a scrivere, perché eri fuori di te, la lettera delle dimissioni. Poi andò diversamente: ci ripensasti, o ti fecero ripensarci, tentasti di sputtanarmi – così, giusto per gratitudine, e tra noi finì come finì.
In Tv, nel corso dell’intervista, ho letto in alcune tue parole, e nell’espressione del viso, la stessa sofferenza di quel pomeriggio al bar Moccia. Niente è cambiato da allora. Anzi, tutto si è addirittura aggravato. E tu, con altre motivazioni, camuffando quelle vere – che poi sono le stesse di un anno fa – hai di nuovo evocato le dimissioni, come ultima richiesta di aiuto.
Non farti illusioni, Paolo, non ti aiuterà nessuno. Tutti quelli che parlano con te già pensano senza te, a dopo te. Con il cinismo del quale solo gli arrampicatori politici, di qualsiasi livello e di qualsiasi età, sono capaci. Nell’anno che resta, sulla tua pelle e con la tua pelle consumeranno i loro riti tribali: ti useranno come paravento, succhieranno alla tua immagine fino a quando non sarà completamente distrutta, useranno il tuo stesso pensiero come esca per farti abboccare, non si faranno scrupolo di abbandonarti al macero pur di trarne un vantaggio.
Ma se mi chiedessi consiglio, oggi come un anno fa, ti suggerirei: niente dimissioni. Anzi, ti direi di più: alza la voce, grida come un pazzo, fatti sentire dalla città, caccia dalla casa comunale i farisei, metti alla porta qualche assessore idiota, sfida la tua maggioranza a sfiduciarti o a tacere per tutto l’anno che resta, recita un doveroso e sincero e pubblico atto di dolore per i troppi errori che hai commesso o ti hanno fatto commettere, e tira dritto avanti fino alla scadenza del mandato.
Hai bisogno di recuperare, caro Paolo, la cosa cui più tieni: la dignità. Però, per riuscirci, non puoi più indulgere né alla viltà né all’ignavia. Il tempo che resta è poco, ma può bastare e avanzare se hai volontà e coraggio. Buona fortuna.

Post Scriptum: Naturalmente, Signor Sindaco, chiusa la parentesi di questa lettera aperta, io torno al mio mestiere, ridandoLe del Lei e promettendole filo da torcere. Come è normale che sia.