menu

Buongiorno

15.07.2017 - Buongiorno Italia

Vogliono distruggere Renzi, distruggono il Pd

Buongiorno, Italia.
Vorrei fare una domanda, semplice semplice, che mai compare nel fiume quotidiano di interviste ai politici. E’ questa: in democrazia ha ancora un valore il concetto di maggioranza? E ne aggiungerei un’altra che discende direttamente dalla prima: se le regole non vengono rispettate, qual è l’alternativa possibile al caos?
L’attuale vicenda del Partito Democratico è un esempio paradigmatico della legittimità dei due quesiti testé proposti.

Matteo Renzi è stato rieletto segretario del Pd poco più di due mesi fa. Lo statuto del partito fissa in tre anni la durata del mandato politico. Ora è anche possibile, pur se improbabile, che già dopo un anno la linea del segretario possa essere messa in discussione perché, magari, in evidente contrasto con le dichiarazioni programmatiche sulla cui base il leader aveva ottenuto il consenso.
Qui sono trascorsi soltanto una sessantina di giorni. E, per di più, Renzi non ha modificato la linea politica per la quale aveva ricevuto alle Primarie un’investitura indiscutibile: il 68 per cento è un consenso addirittura superiore a quello del 2013.
Inoltre, dopo la scissione ideata da D’Alema e imprevedibilmente condivisa da Bersani, ovvero dal socio che più di tutti si proclamava nei secoli fedele alla Ditta Pd, era sembrato che, finalmente, il Partito Democratico potesse rimettersi in cammino senza più “equivoci”. Gli stessi avversari di Renzi, Orlando ed Emiliano, avevano correttamente accettato l’esito deciso da ben due milioni di elettori e si erano impegnati – com’era naturale che fosse – a dare il loro contributo costruttivo al partito.

E’ pur vero che Emiliano e Orlando non hanno votato la relazione del segretario alla prima direzione. Ma è altrettanto vero che Renzi non ha detto nulla di diverso da quanto già si sapeva.

La sola novità registrata va ricondotta a fatti esterni al Pd. Da una parte gli scissionisti D’Alema e Compagni più Pisapia, dall’altra una personalità di sicuro spessore qual è Romano Prodi e dall’altra ancora l’inattendibile – perché livoroso – Enrico Letta, hanno immaginato di essere in diritto di dettare la linea politica al Pd sul punto delle alleanze: la riedizione di un qualcosa simile all’Ulivo per affrontare le elezioni del 2018 contro la strategia del Pd in corsa da solo elaborata dall’unico soggetto legittimato a decidere, previo assenso della direzione, ossia dal segretario del partito.

La linea di Renzi è stata condivisa dalla maggioranza del Pd, ma eccoti che Franceschini, sostenitore del segretario, comincia a dare segnali di insofferenza e lancia messaggi applauditi da D’Alema e compagni, e perciò stesso inquietanti, mentre diventano sempre più insistenti i rumors secondo cui si starebbe preparando una seconda scissione, stavolta capeggiata da Orlando (il quale chiarirà che – sì – è “furioso” ma le battaglie le fa dall’interno del Pd. Per ora.).
Ecco la riproposizione (retorica) della domanda, dunque: in democrazia vale ancora o non più il principio fondamentale secondo cui le maggioranze decidono e le minoranze contraddicono, lavorano per diventare un giorno maggioranze ma intanto si adeguano alle decisioni delle maggioranze?

E’ del tutto evidente – e siamo al secondo quesito – che se le regole fondamentali dei regimi democratici non vengono rispettate l’alternativa al caos è soltanto il caos. Per stare all’esempio del Pd, la minoranza interna che oggi si mettesse in sintonia con le forze politiche e gli uomini di quelle forze politiche che vogliono far fuori Renzi – perché di questo si tratta – una volta che dovesse diventare maggioranza non potrebbe attendersi altro che la nuova minoranza restituisca pan per focaccia, indipendentemente da chi sia rappresentata di volta in volta la minoranza. Le regole democratiche sono state codificate per disciplinare in maniera corretta e imparziale i rapporti, a differenza di quanto accade nella giungla.

In conclusione: Renzi può piacere o meno, può essere nel giusto oppure no. Ma nessuno potrà mai convincerci che, in democrazia, la minoranza decide e la maggioranza si adegua. Se la sinistra politica è in crisi profonda in tutto il globo, qualche ragione deve pure esserci. E certamente non è il destino cinico e baro.