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Buongiorno

07.03.2021 - Buongiorno Irpinia

Fari luminosi

Cedo volentieri lo spazio del Buongiorno di oggi per ospitare l’intervento di Clara Spadea, Avvocato con la passione per la Poesia.
La sua è una riflessione - perdonate il bisticcio - che induce a riflettere. Dietro l’apparente nostalgia dei tempi andati si può leggere in trasparenza una lezione di vita straordinariamente attuale.

- di Clara Spadea -

Provo sempre una gran tenerezza per i cani randagi, in particolare per quelli che vedo in giro claudicanti perchè reduci da incontri nei quali hanno dovuto difendersi con denti e unghie.
In fondo mi ricordano la sorte inevitabile di tutti noi e quindi gli scontri, le nostre ferite, il nostro uscirne talora zoppicanti.
Eppure, come sicuramente tanti, di randagio anche io ho ben poco, dal momento che ho radici profonde e forti per aver vissuto in un porto di mare illuminato incessantemente da un faro capace di segnalare l’attracco anche nel buio più tempestoso.
Un porto fatto di continui via vai alla fine dei quali ci si ritrovava sempre tutti attorno ad una tavola, un televisore, un albero di Natale con nonni e amici per condividere parole, tempo e princìpi.
Era un bel porto la mia famiglia. Numerosa e con predominanza femminile, dove erano rari i silenzi e le assenze.
V’era piuttosto sempre un sottofondo di chiacchiericcio, di confronto, di calore, di solidarietà spontanea.
Lì, respirando rigore e semplicità, mi sono permessa il lusso di essere un’adolescente ribelle, di desiderare di andar via, di voler combattere contro il mondo intero, di avere idee autonome, insomma di allontanarmi dal mio porto, ma di saper ritrovare sempre l’approdo senza perdere nessuna parte di me, neppure i morsi ricevuti.
Lì, io e i miei quattro fratelli imparavamo la tolleranza, il rispetto degli spazi e delle esigenze altrui, l’attenzione all’altro, alla diversità, i divieti, le regole, il saper attendere, il doversi accontentare, l’importanza del “gioco di squadra”.
Lì, tra rimproveri ed esempi, apprendevamo il rispetto delle persone, e anche a dire dei no, ma soprattutto a subirli.
E i miei ricordi non sono in bianco e nero, piuttosto fatti di colori e suoni, nonostante le privazioni e la modalità dei televisori dell’epoca.
E non ricordo scarpette rosse messe in fila nelle piazze delle città per ricordare il sangue versato dalle donne vittime di violenza di genere.
Non ricordo telegiornali che riportavano, ogni cinque giorni, notizie di donne uccise per mano di un uomo che diceva di amarle.
L’amore per le donne era differente. Quello fatto di violenza, pur verificandosi anche allora, era cosa più rara o meno nota.
E allora è chiaro che non sono sufficienti le manifestazioni del 25 novembre, né quelle dell’8 marzo.
Non basta inondare le piazze con scarpette e panchine rosse.
Non bastano, sebbene fondamentali, tempestività e severità negli interventi da parte di forze dell’ordine e magistratura.
Dovrebbe maturare forse una società in cui la famiglia, innanzitutto, e poi la scuola sappiano nuovamente essere fari per quelli che saranno gli uomini e le donne di domani.
È compito del nucleo familiare, infatti, essere esempio per i giovani, dare loro non solo agiatezza, ma soprattutto presenza, radici, regole ed equilibrio.
Perché tutti i bambini dovrebbero sentire di avere un posto sicuro e affidabile e godere del fascio luminoso del proprio faro per potersi allontanare dal porto senza mai perdere però la rotta, magari essere anche claudicanti, ma senza mai trasformarsi in lupi.
Del resto è bene ricordare che salvare la vita di una donna o anche di un carnefice in erba, significa salvare una famiglia intera.
Perché i figli delle vittime e dei carnefici, si sa, sono vittime anch’essi. Forse le più danneggiate.