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Varia Umanità

17.12.2021

Lettera alla Serenità

di Emanuela Sica

Lo sai, oggi ho deciso di scriverti, di ragionare un po’ con te anche se, mi rendo conto, discutere con una trasparenza sembra uno sforzo folle, per molti versi addirittura “utopico”. Eppure la mia testardaggine mi impone uno slancio, un tentativo, una prova… cosicché, domani, non possa avere nessun rimpianto. Mi è stato detto che il presupposto al fallimento è esplicitare la resa prima di combattere, è dire: “Tanto non ne vale la pena”. Lì si innesta la delusione, poi la disfatta, ancora prima che compaia la parola fine tale da rendere impossibile quello che, magari, sarebbe stato possibile se solo ci fossimo impegnati quel tanto, quel quid in più. Allora eccomi qua a mettere su carta questi pensieri, in fila indiana, immaginandoti con una forma e una consistenza quasi familiare, amicale, protesa all’ascolto. Mancano pochi giorni a Natale e, nell’aria gelida, la solitudine scalcia come un cavallo imbizzarrito; la pandemia si affaccia paurosamente, e di nuovo, sulle nostre vite (per colpa di chi lo sappiamo ma non serve evidenziarlo, non muterebbe le cose); la crisi economica ha reso il mondo arido di sentimenti e non potrebbe essere altrimenti visto che, come avrebbe saggiamente chiosato mia nonna Carmela, “Lu saziu nun cred’a lu diunu” [il sazio (che ha la pancia piena) non potrà mai immedesimarsi in quello che sta morendo di fame]; le case crollano a “tombare” intere famiglie, non per il ribollire della terra ma per incoscienza dell’essere umano che non effettua i controlli, le manutenzioni del caso (la tragedia del Ponte Morandi non ci ha insegnato nulla); le donne vengono, ancora, offese, stuprate, uccise dalla mattanza virale della violenza che muta esattamente come avviene al Covid-19. L’ultima e più aggressiva variante assale anche i figli, i genitori delle donne. Dal femminicidio si è passati allo “sterminio di interi nuclei familiari” e potrei continuare facendo un lungo elenco di “disastri antichi e moderni” ma ti risparmio l’orrore, lo sconforto. Questo calice doloroso mettiamolo, solo per un attimo, da parte.

Allora mi dirai cosa ti scrivo a fare? Lo faccio perché tu hai la “capacità” di modificare questa situazione. No, non mi dire: “Non dipende da me”. Certe prese di posizione non le accetto. Se, da un lato è vero che buona parte della “soluzione” è collegata, inscindibilmente, “anche” alle nostre azioni, dall’altro lato sono sicura che se arrivassi tu a sostenerci avremmo maggiori possibilità di raggiungere “l’obiettivo unico e finale”. L’aspirazione che segretamente vive nel cuore di molti ma che molti non sanno cosa sia. Ne ignorano addirittura l’esistenza. Lo so che non sei Dio e che il tuo intervento è poca cosa rispetto alla potenza di una divinità, di qualunque divinità si tratti, per chi crede ovviamente. Non pensare che io dica questo senza cognizione di causa, in passato ho provato, sulla mia pelle, cosa riesci a fare quando improvvisamente compari sulla scena.

Lo sai, noi esseri umani siamo delle intelligenze strane. Aspiriamo, spesso, a cose di cui non abbiamo veramente bisogno. Un esempio? La felicità. Forse non tutti si rendono conto di quanto questa sia un bene “marcescibile”, non a lunga conservazione, con una data di scadenza (mai uguale ma presente per tutti) e che va maneggiato con cura, tenuto in un posto al riparo da sguardi o occhi indiscreti perché chi la vede (nell’altro) e, per questo inizia a desiderarla, pur inconsciamente o inconsapevolmente, finisce per esorcizzarla, per farla fuggire da quel luogo, da quella vita. Qualcuno diceva che “la felicità è una verità che ti inganna, perché tu ti vuoi fare ingannare. Tu vuoi credere che essa sia o possa essere eterna, mentre essa è altro.” Non posso che essere d’accordo. Chi ha provato il suo assenzio, il raggiro che ne deriva dal “possederla” (per un veloce giro di lancette) lo sa. Chi ha assaporato il suo nettare euforizzante, e allo stesso tempo anestetizzante, comprende quanto sia povera di generosità, quanto sia antagonista al tempo, alla durevolezza. La sua genesi è per natura evanescente, il tempo di pensarla, gustarla ed è già altrove. Così, quando se ne va, permane il ricordo “doloroso” della sua assenza. Anche per i pochi eletti che sembrano (solo all’apparenza) essere felici è un tesoro che si prosciuga, fasullo. E, se è vero che la “riccanza” dilata la felicità nei tempi, nei modi d’azione, statene certi che, anche in quei portafogli, non durerà per sempre.

Invece tu sei “una rocca che non viene attaccata perché il nemico non la vede” ed è proprio questa tua “trasparenza” l’essenza della tua esistenza, della tua sopravvivenza. Allora, visto che sei nell’aria, nel cielo, nell’acqua, nella terra, nei frutti, negli sguardi innocenti dei bambini, vieni un attimo a bussare alla nostra porta. Saremo accoglienti, ti faremo entrare, ti lasceremo il posto a tavola, ti offriremo del buon vino, una pietanza che ti piace, ti daremo modo di scaldarti perché stare in tua compagnia ci renderà questa vita più docile, renderà più lievi gli affanni, meno pesanti gli inganni, meno dolorosi i danni.

Un centesimo appena
di gioia
colata dai tuoi occhi
riempie vuoti di memoria
arresa alla dimenticanza
soffia in gola libertà negate
stira contratture muscolari
recide rami secchi
seppellisce paure nei rovi
riespande l’anima
nei reticoli del sangue.
Di nuovo galoppa il puledro
nella distesa di neve
come se gli zoccoli sfiorassero
margherite in primavera.
Che tu possa tornare
e restarci vicina
delicata come un soffione
serenità
noi siamo qua.